30 Luglio
imprese & mercati politiche

Cia e Unitalia puntano a rafforzare il volto “green” della filiera avicola

Rilanciare l’avicoltura anche con i fondi del PNRR (il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), investendo in uno dei segmenti più dinamici e trainanti della zootecnia nazionale.


Se n’è discusso in occasione di un incontro a Roma tra Cia-Agricoltori Italiani e Unaitalia, l’associazione di categoria che tutela e promuove la filiera avicunicola nazionale.


Lo stimolo della transizione ecologica – ha detto il presidente della Cia, Dino Scanavino – consentirà di migliorare i sistemi produttivi, grazie alla spinta dell’innovazione tecnologica, puntando sulla sostenibilità ambientale che è già da molti anni un obiettivo primario del comparto.


Nel “green” il settore ha investito oltre 50 milioni di euro negli ultimi 5 anni, ha aggiunto il presidente Unaitalia, Antonio Forlini. Risorse che hanno permesso di produrre energia elettrica rinnovabile per 62 milioni di kw/anno e di avviare al recupero il 90% degli scarti di lavorazione.


Nonostante la crisi scoppiata con l’emergenza Covid-19, il settore delle carni avicole ha mostrato una buona capacità di tenuta. In base ai dati illustrati in occasione dell’Assemblea nazionale Unaitalia 2021, con il 35% delle quote di mercato a volume, le carni avicole rimangono le più acquistate dagli italiani, seguite da quelle bovine (33%) e suine (21%).


A crescere sono anche gli acquisti domestici (+10% a valore e +7,7% a volume nel 2020), con i consumi pro-capite attestati in media a 21,5 kg (+1,9% sul 2019).


L’anno scorso il fatturato alla produzione si è portato a 5,7 miliardi di euro (+3,8%), grazie all’impegno di 6.000 allevamenti professionali e di 64.000 addetti, di cui 38.500 allevatori.


L’avicoltura italiana ha realizzato decisivi miglioramenti anche nell’impiego degli antibiotici, che dal 2011 ad oggi si è ridotto di quasi il 90%.


Permane, tuttavia, una forte incertezza sul fronte della redditività, dopo il forte aumento dei prezzi delle materie prime e le pesanti ricadute sulla filiera mangimistica. A preoccupare gli operatori è anche il rischio di aumento delle importazioni italiane dai paesi extra-Ue, in favore di consumi più a buon mercato ma meno sostenibili.

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