27 Agosto

Riso, le nuove semine privilegiano il gruppo dei tondi

Le stime elaborate quest’estate dall’Ente risi indicano una crescita delle superfici investite in Italia del 3,8%, per un totale di poco più di 228.000 ettari.

 

Cambiano gli assetti varietali della risicoltura italiana. Le cultivar tradizionali, con i classici Carnaroli e Arborio, hanno perso ancora ettari, mentre il gruppo dei tondi, dominato da Selenio e Centauro, ha visto crescere le superfici investite, confermando la dinamica positiva della scorsa campagna.

 

A tracciare il bilancio delle semine 2020 è l’Ente nazionale risi, che ha aggiornato quest’estate le stime, indicando, sulla base delle denunce dei produttori, una superficie complessiva di 228.300 ettari, in crescita del 3,8% su base annua.

Oltre alle varietà tradizionali, quest’anno i risicoltori italiani hanno sottratto superfici agli Indica, i più esposti alla concorrenza dei risi asiatici e agli effetti dei trattamenti preferenziali riservati ai Paesi meno avanzati. 

 

Nel complesso il gruppo dei Lunghi B, a cui gli Indica appartengono, ha perso il 19,4% sulla scorsa stagione, attestandosi a 42.700 ettari.

 

Di contro spicca, come anticipato, l’aumento delle superfici destinate alla coltivazione dei tondi. L’Ente risi calcola al riguardo un aumento di oltre il 25%, che porta gli ettari seminati a quota 67.600. I Lunghi A, che includono i risi Japonica, prevalentemente destinati al mercato interno, restano il gruppo prevalente, con 109.850 ettari, il 4,5% in più rispetto alla scorsa annata.

 

Il dettaglio varietale rivela tuttavia andamenti contrapposti, con incrementi a doppia cifra per S. Andrea, Roma e Baldo e riduzioni dell’11% per Arborio e similari e del 5,2% per il Carnaroli.

In lieve aumento il gruppo dei Medi (+1,3%), che arrivano a 8.150 ettari, con un 15% in più di superfici destinate al Vialone Nano, coltivato su un’estensione di 3.500 ettari.

 

L’Ente risi ha fornito anche un aggiornamento sulle semine bio. Si tratta di dati ancora preliminari che mostrano un quadro però positivo, con un totale di 10.451 ettari, il 16% in più rispetto all’anno scorso.

 

Tra i biologici prevalgono di netto i risi tondi, con un predominio schiacciante del Selenio. Significative anche le superfici a Loto-Ariete e similari, Arborio e Carnaroli, ma nel complesso il gruppo dei Lunghi A segna una leggera flessione rispetto allo scorso anno, al contrario dei Lunghi B, cresciuti di un robusto +74%.

 

Il mercato nazionale, dopo il boom dei consumi nel periodo del lockdown, ha registrato una pausa di riflessione, con la richiesta dell’industria risiera che resta prevalentemente orientata ai risi tondi.

 

A luglio – scrive la Fao nel suo ultimo bollettino sui prezzi delle commodity alimentari – il calo degli ordinativi sui circuiti mondiali ha indebolito i listini internazionali del riso, spingendoli ai minimi da quattro mesi. Gli sviluppi mercantili incorporano anche le previsioni favorevoli sul raccolto 2020-21, che preannunciano una produzione record a livello globale di oltre mezzo miliardo di tonnellate, calcolate in equivalente riso lavorato.

 

Negative le proiezioni sugli sviluppi del commercio internazionale, in calo nel 2020, secondo le previsioni dell’Usda, il Dipartimento americano dell’Agricoltura.

 

A tenere a freno gli scambi sono sia le restrizioni alle esportazioni, che hanno caratterizzato soprattutto la fase iniziale della pandemia da Covid-19, sia il livello dei prezzi, piuttosto elevati, un fenomeno che sta scoraggiando le importazioni e che si teme possa riflettersi negativamente anche sui consumi.

 

Tornando all’Europa, le incertezze legate alla riforma della politica agricola comune, incentrata sulla tutela dell’ambiente e della biodiversità di specie animali e vegetali, stanno condizionando gli umori dei risicoltori che temono, con la nuova Pac, maggiori adempimenti sul fronte interno e un implicito vantaggio a favore dei principali paesi esportatori, soprattutto del Sud-Est asiatico.

 

Per Coldiretti “è necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri e che dietro gli alimenti, italiani e stranieri in vendita sugli scaffali ci sia la garanzia di un percorso di qualità che riguarda l’ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore lungo la filiera”.

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