18 Novembre

Olio d’oliva, resiste il Sud: più 8% la produzione 2021 in Italia

Clima e fitopatie pregiudicano il raccolto negli oliveti del Centro-Nord. Pesante il conto delle perdite in Umbria e Toscana.

 

Italia Olivicola e Aifo, l’associazione dei frantoiani, confermano la buona qualità della produzione di oli di oliva italiani targati 2021. A operazioni di molitura ormai avviate i conteggi preliminari confermano un leggero recupero dei volumi, con la previsione di 300.000 tonnellate, corrispondente all’8% in più rispetto a un 2020 di forte scarica.

 

Quella che emerge è però un’Italia spaccata in due, con Puglia, Calabria e Sicilia che tornano in auge dopo la deludente stagione trascorsa e il Centro-Nord ben al sotto del suo potenziale.

 

Le regioni del Mezzogiorno, serbatoio oleario d’Italia, viaggiano verso una performance comunque soddisfacente. In Puglia, in particolare, il contributo di due sole province del calibro di Bari e Bat (Barletta-Andria-Trani), in grado di spostare gli equilibri regionali, ha salvato la produzione 2021, in previsione di un 30% di crescita sull’anno scorso.

 

Seppure in contesti disomogenei, anche Calabria e Sicilia hanno potuto sperimentare progressi a due cifre, con incrementi attesi rispettivamente del 12 e del 14 per cento.

 

Nelle regioni centrali i pochi casi di infestazioni parassitarie e la scarsa incidenza di fitopatie hanno lasciato il segno più negli oliveti abruzzesi, ma il bilancio nel resto dell’area è fortemente negativo per le pesanti conseguenze delle gelate di aprile.

 

A pagare il conto più salato sono state quest’anno Umbria e Toscana, con perdite del 30 e 40 per cento. Più moderato l’impatto del gelo sugli oliveti laziali, ad eccezione del Viterbese, in prospettiva di una flessione della produzione del 15% a livello regionale. Anche le Marche hanno limitato le perdite a un meno 5%, con una produzione che non ha mostrato problemi sul piano sanitario, ma che è apparsa in sofferenza per la prolungata assenza di piogge.

 

Sugli oliveti del Nord l’impatto del clima è stato quest’anno ancora più severo, lasciando una scia di danni, anche da fitopatie. Basandosi sulle prime stime, sarebbe andato perso un buon 60% di produzione di olive in Liguria, ma analoghe percentuali di riduzione si osservano in Veneto e Friuli-Venezia Giulia. In Lombardia le alte temperature di quest’estate e i frequenti e importanti fenomeni di cascola in fase di allegagione delle drupe hanno addirittura causato una perdita produttiva, a livello regionale, del 70%, prevedono gli esperti, il risultato peggiore su scala nazionale.

 

Sui mercati, in questa fase di esordio delle contrattazioni, a dettare la linea è la prudenza. L’unica certezza – spiegano gli analisti – è la diminuzione degli stock a livello europeo che potrebbe comportare situazioni di carenza d’offerta soprattutto in queste battute iniziali.

 

Stando ai conteggi di Bruxelles, la fotografia a fine settembre segnalava giacenze per circa 400.000 tonnellate, di cui 100.000 in Italia e Grecia e 300.000 nei centri di stoccaggio spagnoli.

 

Un volume piuttosto contenuto soprattutto per il gigante iberico, primo produttore ed esportatore mondiale di oli di oliva.

 

Qualsiasi previsione sugli sviluppi dei prezzi è prematura, in questa fase ancora interlocutoria, ma è prevedibile che la campagna possa riservare esiti se non altro soddisfacenti per i produttori, in condizioni di probabile squilibrio dal lato dell’offerta e in prospettiva di un buon andamento dei consumi e dell’export.

 

Ad allarmare gli operatori – rileva la Cia Puglia – sono però gli alti costi di produzione, rincarati mediamente del 30%, una tendenza che sarà difficile invertire nel breve termine.

 

Oltre confine, intanto, gli oli di oliva italiani, seppure forti di una buona immagine, dovranno confrontarsi con competitor sempre più organizzati, soprattutto nello sbocco statunitense, dove l’Italia realizza il grosso dei fatturati extra-Ue.

 

Anche sul mercato europeo lo scenario competitivo non è dei più agevoli. Si prevede in particolare una maggiore pressione di oli tunisini, con il Paese nordafricano che potrà contare quest’anno su una produzione più abbondate e a basso costo, favorito tra l’altro da contingenti a dazio zero concessi dall’UE nell’ambito delle politiche di sostegno alla crescita economica dell’area.

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