2 Luglio

L’export di pasta traina l’industria molitoria

Secondo il bilancio di Italmopa, nel 2019 gli sfarinati di frumento duro hanno fatto segnare un aumento negli impieghi del 2,2% rispetto all’anno precedente. Boom di ordinativi anche nel primo semestre 2020, ma ci sarà una frenata nella seconda metà dell’anno.

 

Nonostante le difficoltà iniziali, sia logistiche, sia di natura organizzativa, i molini hanno continuato a operare senza soluzione di continuità anche nella fase più acuta dell’emergenza pandemica da Coronavirus. Un ruolo determinante, in una fase di eccezionale espansione dei consumi, che ha garantito, attraverso ritmi di lavorazione anche più intensi rispetto alla media, l’approvvigionamento di semole di frumento duro ai pastifici nazionali.

 

Lo rileva Italmopa, l’Associazione appartenente alla galassia Federalimentare-Confindustria che riunisce i molini d’Italia. Nel 2019, stima l’organizzazione industriale, gli impieghi interni di sfarinati di frumento duro hanno fatto segnare, rispetto al 2018, un aumento a volume del 2,2%, riconducibile essenzialmente a un incremento della domanda proveniente dall’industria pastaria (+3,3%). Una richiesta trainata dall’andamento positivo delle esportazioni di paste che, negli ultimi dodici mesi, hanno controbilanciato l’ulteriore frenata dei consumi sul mercato domestico.

 

Per Cosimo De Sortis, presidente Italmopa, intervenuto in occasione dell’assemblea annuale tenutasi lo scorso 25 giugno, l’industria molitoria italiana, nel 2019, ha registrato nel complesso un andamento moderatamente positivo, seppure con le dovute differenziazioni tra il comparto del frumento tenero e quello del duro.

 

Riguardo a quest’ultimo, spiega in una nota ufficiale l’Associazione, i dati aggiornati al primo semestre 2020, frutto di stime preliminari, vedono un incremento del 15% circa degli ordinativi di semole per fronteggiare un’impennata delle richieste di paste sia sui mercati nazionali, sia oltre confine.

 

Va tuttavia rilevato che, a fronte dell’eccezionale andamento di questo primo semestre, le previsioni per la seconda metà dell’anno sono orientate a un significativo rallentamento della domanda da parte dell’industria pastaria, già segnalato dalle dinamiche di queste ultime settimane.

 

Resta, nella filiera del grano duro, l’evidenza di una forte dipendenza dall’estero nell’approvvigionamento di materia prima, di cui l’Italia non è strutturalmente autosufficiente.

 

Si consideri che l’anno scorso le importazioni nazionali di prodotto in granella, secondo i dati dell’Istat elaborati dall’Anacer, l’Associazione dei cerealisti (operatori del trade), hanno sfiorato due milioni e mezzo di tonnellate, registrando un aumento del 37% sul 2018. Decisiva l’impennata degli acquisti dal Canada, primo produttore ed esportatore mondiale, da cui l’Italia si approvvigiona per circa un terzo dei suoi fabbisogni dall’estero.

 

La tendenza alla crescita delle importazioni è proseguita nel primo trimestre 2020, con volumi che hanno già superato la soglia delle 700.000 tonnellate (+30% circa su base annua).

 

Per quanto attiene ai nuovi raccolti, le stime dell’International grains council, aggiornate al mese di giugno, indicano un’offerta globale di frumento duro, considerando anche le scorte di vecchia produzione, di 41,8 milioni di tonnellate, in calo del 3,5% sulla scorsa campagna.

 

La contrazione degli stock, già sperimentata quest’anno con appena 7,7 milioni di tonnellate in magazzino, risulterà ancora più accentuata nell’estate del 2021 in previsione di giacenze di appena 6,5 milioni di tonnellate, ai minimi da tredici anni.

 

Gli assetti dei fondamentali sui mercati internazionali, considerata l’attesa di una flessione solo marginale dei consumi unicamente ascrivibile a un minore impiego della mangimistica, prefigurano un quadro ancora di tensione sul versante dei prezzi.

 

In Italia, con la ripresa delle contrattazioni dopo la pausa della trebbiatura, le quotazioni del grano duro hanno mostrato una netta tendenza al rialzo, spingendosi a fine giugno fino a un massimo di 335 euro/tonnellata, contro poco più di 300 euro rilevati a inizio mese sulla piazza di Foggia.

 

Il raccolto nazionale, stando alle prime indicazioni, non dovrebbe subire particolari scossoni rispetto alla scorsa stagione, mantenendosi anche quest’anno sui 3,9 milioni di tonnellate. Tiepido il giudizio sugli sviluppi produttivi, soprattutto in Puglia, dove la siccità avrebbe condizionato le rese e le piogge tardive avrebbero invece causato alcuni problemi sul piano qualitativo.

 

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