3 Settembre

I dazi affossano le esportazioni di oli di oliva spagnoli negli Usa

Madrid perde sul mercato a stelle e strisce il 39% dei volumi nel primo semestre 2020. L’Italia passa in testa tra i fornitori con 63.000 tonnellate, il 22% in più rispetto all’anno scorso.

 

Non ci sarà, per il momento, nessun aggravio tariffario da parte dell’Amministrazione Trump sugli oli di oliva spagnoli, dopo il paventato aumento dei dazi americani fino al 100%. Ma sul cruscotto di Madrid continua a lampeggiare la spia rossa, dal momento che gli Usa hanno mantenuto le tariffe in vigore che alzano del 25% il costo degli oli spagnoli al di là delle frontiere americane, sia pure per i soli prodotti venduti in confezioni al di sotto dei 18 kg.

 

Nel mirino di Washington non sono invece finiti gli oli d’oliva importati da Italia, Grecia, Portogallo e Francia, né gli sfusi di provenienza spagnola.

 

Quali siano ad oggi le implicazioni delle decisioni dell’USTR, il rappresentante commerciale degli Stati Uniti, che a ottobre del 2019 aveva pubblicato il primo elenco delle tariffe di ritorsione contro alcuni Stati membri dell’UE per i sussidi concessi all’industria aereonautica, lo rivelano i dati più recenti sulla dinamica delle importazioni a stelle e strisce di oli di oliva, che segnalano andamenti contrastanti, in funzione delle provenienze, ma che certificano soprattutto un pesante dietro front a spese dei produttori spagnoli.

 

Nella prima metà del 2020, in base ai dati dell’US Census Bureau, elaborati da Asaja, l’Associazione dei giovani agricoltori con sede a Madrid, le esportazioni di oli di oliva spagnoli sono ammontate a meno di 42.000 tonnellate, facendo segnare una riduzione del 39% rispetto allo stesso periodo del 2019. Un drammatico ridimensionamento che ha più che dimezzato la quota di mercato del primo produttore mondiale, passata in Usa dal 42% del 2019 al 20% di quest’anno. Ancora più accentuata la perdita in termini valutari, con il 54% in meno di incassi, crollati a 112,5 milioni di dollari (superavano i 245 milioni nella prima metà del 2019).

 

Peraltro, mentre le esportazioni spagnole stanno letteralmente affondando, il Portogallo, diretto concorrente, seppure con volumi largamente inferiori, ha moltiplicato le spedizioni in Usa di dieci volte (da 2.000 a 20.000 tonnellate) e la Tunisia le ha quasi triplicate, superando la Spagna con 54.400 tonnellate inviate nel mercato yankee.

 

La reazione di Madrid c’è stata, con un re-indirizzamento delle spedizioni verso altri mercati, a partire dall’Australia, dove le esportazioni tra gennaio e giugno 2020 sono aumentare del 63%, e a seguire con il Canada, che ha raddoppiato le importazioni di oli spagnoli. Positivo anche il bilancio delle vendite in Brasile dove si è avuto un progresso di oltre il 30%.

 

Secondo Pedro Barato, presidente di Asaja, il mancato aumento dei dazi da parte di Washington rappresenta una mezza vittoria, ma non risolve i problemi contingenti. “Le tariffe che hanno colpito i prodotti spagnoli hanno avuto un effetto devastante sul comparto oleicolo e come tali non sono accettabili e vanno azzerate – ha spiegato ancora Barato – poiché il conflitto con l’Unione Europea è dovuto a una questione dell’industria aeronautica”, estranea quindi al settore agroalimentare.

 

Significativa anche l’evidenza emersa dai dati dell’US Census Bureau per quanto attiene alle altre provenienze, con le statistiche che attribuiscono all’Italia la leadership sul mercato statunitense con poco meno di 63.000 tonnellate registrate in questi primi sei mesi. Si tratta di un quantitativo superiore del 22% a quello del primo semestre 2019, che non si è però tradotto in un maggiore introito valutario per gli esportatori italiani, stabile a 248 milioni di dollari.

 

Tra gli altri fornitori degli Usa, emergono progressi limitati per la Turchia, che ha spedito solo un 3% in più di oli di oliva rispetto ai livelli di un anno fa. La Grecia ha sperimentato un più robusto 10% di crescita a volume, mentre ha perso quasi il 40% il Marocco che nell’ultima annata ha però subìto un forte calo produttivo.

 

Gli Stati Uniti, con 330.000 tonnellate l’anno, sono il terzo maggiore consumatore mondiale di oli di oliva, alle spalle di Spagna e Italia. In base alle stime del Coi, il Consiglio oleicolo internazionale, nella campagna 2019/20, che chiuderà i battenti a fine settembre, gli Stati Uniti importeranno un quantitativo di 315.000 tonnellate di oli di oliva, in calo rispetto alle 346.000 tonnellate della precedente stagione, coprendo una quota pari a quasi un terzo degli scambi mondiali.

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