21 Gennaio
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Embargo russo, 3,9 miliardi di minori incassi per l’agroalimentare italiano

Crisi Ucraina. Da un’analisi del Centro studi della Confagricoltura emerge per l’Italia, in sette anni di blocco alle frontiere russe, una perdita comunque inferiore a quella di altri paesi dell’Ue.

 

Un conto pesante per l’agroalimentare made in Italy, considerando che, tra minori incassi e mancate opportunità di crescita, l’embargo russo è costato all’Italia poco meno di 3,9 miliardi di euro nell’arco di sette anni.

 

A fornire la stima è il Centro studi della Confagricoltura in un rapporto dedicato all’impatto economico del blocco commerciale varato sette anni fa dal Governo di Mosca, come misura di ritorsione alle sanzioni europee per la crisi Ucraina.

 

La decisione del Cremlino, che risale al 7 agosto del 2014, oltre ai paesi Ue ha colpito, sempre a scopo ritorsivo, gli Stati Uniti, il Canada, la Norvegia e l’Australia. Nel mirino di Mosca sono finiti, principalmente, carni e salumi, prodotti ittici, frutta, ortaggi e lattiero-caseari. Ma sono stati esentati dai divieti vini, paste e oli di oliva, anche se i rapporti più tesi sia politici sia commerciali tra i due blocchi non hanno favorito gli scambi, limitando anche per questi prodotti i potenziali di crescita.

 

Le conseguenze economiche per l’Italia sono state piuttosto severe – spiega lo studio – considerando tra l’altro che, tra il 2009 e il 2013, prima della chiusura delle frontiere russe, le esportazioni di prodotti agricoli e alimentari oltre gli Urali avevano sperimentato una crescita a tripla cifra. (+111%).

 

In termini monetari si era passati dai 333 milioni di euro del 2009 a 705 milioni del 2013, con l’incidenza del mercato russo, sul totale delle esportazioni del settore, che dall’1,4% si era portata, nell’anno precedente all’embargo, oltre la soglia del 2%.

 

Nel periodo successivo, con la chiusura delle dogane, si è assistito, al contrario, a un drastico dietro front, che nel 2015 ha riportato le esportazioni in Russia vicino ai livelli del 2009 (381 milioni di euro). Una miniripresa si è avuta a partire dal 2016, ma il trend in ascesa, sia pure con vendite largamente inferiori ai potenziali, si è bruscamente interrotto negli ultimi dodici mesi, riflettendo le conseguenze dell’emergenza sanitaria e della crisi economica globale.

 

Oltre all’Italia, che tra il 2013 e il 2020 ha perso il 22% dell’export, a subire i contraccolpi dell’embargo russo sono stati anche gli altri Paesi europei. Il bilancio delle perdite, in base ai dati elaborati dagli analisti, ha sfiorato il meno 40% in Germania, registrando un risultato anche peggiore in Francia. Il Regno Unito, in sette anni di embargo, ha visto andare in fumo un terzo del suo giro d’affari, ma il conto più salato l’hanno pagato la Polonia, che nello stesso periodo ha più che dimezzato le vendite, la Lituania, che ha perso due terzi dell’export, e la Spagna che ha tagliato le vendite di oltre il 70%.

 

Tornando all’export italiano, a livello di singole merceologie le più colpite sono state quelle del comparto ortofrutticolo e delle carni. Per la frutta, in particolare, i dati elaborati dal centro studi di Confagricoltura certificano l’azzeramento del fatturato, ma il bilancio è grosso modo analogo per le carni, che hanno sperimentato una perdita del 98%, e per gli ortaggi (-97%). Anche latte e derivati hanno archiviato una flessione di oltre il 90%, mentre i prodotti a base di cereali hanno sperimentato un meno 28%, grazie all’esonero concesso alle paste, rappresentative di una grossa fetta del fatturato del settore.

 

La stima della perdita complessiva, per quasi 3,9 miliardi di euro, cui si accennava, incorpora un ammanco economico di 1,3 miliardi di euro e una mancata crescita, nel periodo 2014-2020, stimata attorno a 2,6 miliardi.

 

A livello regionale – dettaglia lo studio – l’embargo russo ha impattato soprattutto sull’export agroalimentare lombardo, ma un conto altrettanto salato l’hanno pagato l’Emilia-Romagna e il Veneto.

 

Da rilevare che l’Italia, nonostante le perdite di fatturato, ha migliorato la posizione nella graduatoria dei fornitori, risultando, nel 2020, il quarto maggiore esportatore in Russia di prodotti agroalimentari, quasi a pari merito con la Polonia (davanti ci sono anche Germania e Paesi Bassi). Prima dell’embargo, nel 2013, la classifica attribuiva all’Italia la sesta posizione, con la Germania ancora in testa, seguita nell’ordine da Olanda, Lituania, Polonia e Francia.

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