27 Marzo

Coronavirus, manca nelle campagne la manodopera straniera

Cresce l’allarme. A rischio i raccolti di primizie nel Nord Italia. Latte, la chiusura di bar e ristoranti sta rallentando la produzione. Cia: fermare l’import per sostenere le stalle italiane.

 

L’agricoltura resta senza braccianti. Il coronavirus ha rispedito a casa i lavoratori stagionali, reimpatriati prima che i paesi di origine ne impedissero il rientro, e sta bloccando adesso gli ingressi alle frontiere, chiuse per prevenire i rischi di contagio.

 

Senza mani straniere (sono 370.000 i lavoratori agricoli che ogni anno varcano le frontiere con contratti stagionali), nelle campagne italiane è a rischio un quarto dei raccolti agricoli, denuncia la Coldiretti.

 

Mancano all’appello decine di migliaia di lavoratori, un fenomeno che potrebbe rallentare le forniture di generi alimentari se non si attivano soluzioni tampone, coinvolgendo in sostituzione studenti e pensionati, spiega l’organizzazione agricola.

 

Sono molti i distretti del Nord dove la manodopera straniera, bene integrata nel tessuto economico e sociale, costituisce una componente ormai irrinunciabile. Rumeni, marocchini, indiani, ma anche albanesi, senegalesi e polacchi, compensano la mancanza di lavoratori italiani per la raccolta di fragole e asparagi nel Veronese, per la cura dei meleti in Trentino o per la conduzione degli allevamenti da latte in Lombardia.

 

In epoca di trapianti, la carenza di operai agricoli stranieri potrebbe rappresentare un problema anche nel comparto del pomodoro da industria. Al momento la situazione appare sotto controllo, ma le incertezze alimentate da una possibile estensione dei contagi, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud, dove l’apporto della manodopera stagionale è l’elemento potenzialmente più critico, stanno mettendo in allarme i trasformatori, che temono quest’anno il mancato rispetto dei contratti di coltivazione.

 

Non sarebbe in ogni caso la produzione il principale ostacolo nella filiera alimentare, strutturalmente meno dipendente dalle catene di approvvigionamento globali rispetto ad altri comparti dell’industria manifatturiera italiana, ad iniziare dall’automotive.

 

Potrebbe invece rappresentare un problema la componente distributiva, se dovesse malauguratamente incepparsi la catena logistica. Un pericolo che i consumatori sembrano già riflettere in comportamenti dettati unicamente dalla paura.

 

La psicosi da scaffale vuoto e gli acquisti di massa nei supermercati sono la più evidente espressione di un timore collettivo rispetto alle reali capacità del sistema di approvvigionarsi di beni di prima necessità.

 

Resta l’evidenza di una situazione di eccezionale emergenza e gravità. L’agricoltura – spiega la Cia Agricoltori Italiani – deve fare i conti con un mercato stravolto dalle difficoltà nell’export e da una domanda interna in netto rallentamento. I mercati rionali, che costituiscono uno sbocco essenziale per i prodotti ortofrutticoli, sono in piena paralisi. La vendita diretta in spazi aperti è vietata. La ristorazione e tutto il canale extra domestico hanno annullato gli ordinativi, dopo il blocco totale delle attività. Ci sarebbe insomma un rischio concreto di sovrapproduzione, come denunciano i produttori di latte che temono un crollo repentino dei prezzi. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia di questa paradossale situazione, rappresentata dai rischi di comportamenti speculativi che la corsa all’acquisto e l’alibi delle difficoltà nell’approvvigionamento dei generi alimentari potrebbero favorire, alimentando fenomeni inflazionistici soprattutto nelle fasi intermedie e a valle della distribuzione.

 

I numeri, d’altro canto, riferiscono di incrementi a doppia cifra delle vendite per una lunga lista di prodotti di prima necessità. Le rilevazioni effettuate da Coop nelle prime due settimane di emergenza certificano l’impennata degli acquisti di pasta, riso, scatolame, farina, zucchero e conserve. Le consegne a domicilio richiedono tempi lunghi, con le vendite online ormai in tilt per un eccesso di ordinativi, mentre la chiusura di bar, mense e ristoranti sta mettendo a repentaglio tutto il reparto del fresco, dal latte al pesce ad alcuni prodotti ortofrutticoli. Insomma, è evidente che il caos è totale e richiederebbe una regia per evitare problemi di approvvigionamento di beni di prima necessità.

 

Nel frattempo – riferisce ancora la Cia – diversi caseifici hanno chiesto di rallentare le lavorazioni, ma il blocco delle forniture dall’estero, con la disdetta dei contratti, sarebbe la soluzione più logica per non fermare le stalle italiane. In questo momento di difficoltà – conclude l’organizzazione – sono assolutamente intollerabili le speculazioni di chi continua ad acquistare latte straniero, sfruttando i vantaggi di un costo della manodopera più basso rispetto a quello italiano e di una catena di controllo evidentemente meno onerosa.

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