6 Novembre
imprese & mercati

Mafia nel settore agroalimentare: un giro d’affari da 22 miliardi

Ammonta a non meno di 22 miliardi di euro il giro d’affari annuo che la mafia realizza complessivamente nel settore agroalimentare italiano, in ogni ambito della filiera, dalla produzione ai supermercati. È uno dei dati emersi il 28 ottobre a Tempio Pausania (Sassari), nel corso del convegno “La mafia nel piatto – Ovvero la penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare”, promosso dall’Istituto di studi politici, economici e sociali Eurispes, dall’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare e dalla Coldiretti Sardegna.

 

Nel suo intervento, il Presidente dall’Eurispes, Gian Maria Fara, ha evidenziato come la mafia rappresenti un’ipoteca enorme sullo sviluppo Paese, avendo la capacità di adeguarsi ai nuovi mercati e alle nuove tecnologie con rapidità e adattamento immediato.

Dal 1993, l’Istituto studia il fenomeno dell’infiltrazione mafiosa nel settore agroalimentare, che consente di produrre ingenti guadagni incorrendo in rischi relativamente bassi. Basti pensare che il 50% dei beni sequestrati alle mafie nel 2016 sono terreni agricoli.

 

Nello stesso anno, sono stati scoperti 80 distretti agricoli nei quali veniva sfruttato il lavoro nero, praticando condizioni salariali ben al di sotto della soglia minima legale. La Guarda di Finanza ha sequestrato 4 milioni di chilogrammi di beni alimentari oggetto di frodi e 848 mila litri di bevande alcoliche e analcoliche illegali.

 

L’ex procuratore Gian Carlo Caselli, oggi presidente del Comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, ha invece sottolineato come, sebbene l’Italia sia l’unico Paese al mondo a punire la mafia anche come associazione criminale in sé, la normativa vigente risulti insufficiente a contrastare l’attività mafiosa odierna, che si avvale di nuovi mercati e nuove tecnologie per eludere il sistema legale e realizzare profitti anche nel settore agroalimentare. L’appeal del Made in Italy, unito al fatto che il contributo dell’agricoltura al PIL sia determinante, rappresenta terreno fertile per le associazioni mafiose e criminali perché il settore “tira e attira” ai fini di lucro.

 

Le organizzazioni criminali acquisiscono terreni in prima persona o tramite prestanome, gestiscono il mercato idrico, fanno concorrenza sleale, trasportano le merci dai campi ai mercati, gestiscono la commercializzazione dei prodotti, impongono marchi e prodotti a esercizi commerciali che condizionano e gestiscono o rilevano, gestiscono punti di ristoro, orientano campagne pubblicitarie e condizionano ricerche sulla qualità dei prodotti, rastrellano finanziamenti pubblici specialmente dell’Unione europea e gestiscono i mercati ortofrutticoli.

 

Gli effetti deleteri di queste attività sono una concorrenza drogata, che crea un monopolio criminale a scapito degli imprenditori agricoli onesti, i quali vengono emarginati e danneggiati.

 

(© Osservatorio AGR)

 

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