25 settembre
politiche

Le possibili conseguenze del protezionismo USA analizzate dall’Ismea

Una svolta protezionistica da parte degli Stati uniti finirebbe per produrre effetti negativi sulla stessa economia americana mentre potrebbe rappresentare un’opportunità per l’Unione europea.

È quanto emerge dal rapporto L’America First di Trump – scenari globali per il commercio agroalimentare, pubblicato dall’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea) e presentato lo scorso 20 settembre a Roma, presso il Centro Studi Americani.

 

Il report disegna i possibili sviluppi della nuova politica commerciale degli Stati Uniti, alla luce dei proclami del presidente Donald Trump, il quale ha più volte espresso l’intenzione di difendere i prodotti nazionali. Un obiettivo che sarebbe perseguito adottando una strategia che potrebbe prevedere una serie di drastiche misure: dall’uso più aggressivo di dazi anti-dumping a un maggior ricorso ad accordi bilaterali, fino ad una esplicita messa sotto accusa dei Paesi che registrano i maggiori surplus commerciali nei confronti degli USA. Su questo fronte, la Cina è di gran lunga il primo della lista, con un surplus superiore a 300 miliardi di euro, seguita da Giappone, Germania, Messico e Italia.

 

Sono quattro i possibili scenari prospettati e analizzati dall’Ismea. Il primo, e più realistico, vede l’amministrazione statunitense aumentare i dazi sulle importazioni rispettando le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio (OMC). Ciò richiederebbe l’abolizione di qualsiasi trattamento commerciale preferenziale, a partire dai 14 accordi di libero scambio. I Paesi del Nafta (Messico e Canada) sarebbero i primi a pagarne le conseguenze, a tutto vantaggio di quegli Stati che non godono di trattamenti preferenziali con Washington, a partire dall’UE, ma anche la Cina, che troverebbe nuovi spazi per il mercato agroalimentare.

 

Nel secondo scenario si ipotizza che gli USA concentrino la loro ostilità commerciale sulla Cina, uscendo dall’OMC e raddoppiando i dazi attualmente imposti nei confronti delle importazioni provenienti dal Paese della Grande Muraglia. L’impatto diretto atteso è rappresentato innanzitutto da una riduzione delle esportazioni cinesi sul mercato statunitense soprattutto nei settori non agroalimentari, dove maggiormente si concentra l’export del colosso asiatico.

Rispetto al primo scenario, l’Italia registrerebbe un maggior aumento delle esportazioni, e un aumento più significativo rispetto a Francia e Germania. Tuttavia tale incremento riguarderebbe solo in misura marginale i settori agroalimentari. Si tratta in ogni caso, sottolinea l’Ismea, di uno scenario politicamente irrealistico, in considerazione del fatto che una quota consistente del debito USA è detenuta dalla Cina, cosa che costituisce un ovvio deterrente per la superpotenza a compromettere i rapporti bilaterali oltre un certo limite.

 

Se invece la Casa Bianca decidesse di raddoppiare i dazi contro le importazioni provenienti dall’UE, i flussi europei calerebbero del 3,2% e quelli italiani addirittura dell’8%, con pesanti ripercussioni sul settore agroalimentare nostrano (-8,9%). Rispetto allo scenario precedente, Unione europea e Cina si scambierebbero le parti, in quanto sarebbe proprio quest’ultima a occupare gli spazi di mercato lasciati liberi dalle esportazioni europee.

 

Una ritorsione di eguale misura da parte dell’UE, darebbe invece forma a uno scenario ancora più drastico: quello di una guerra commerciale fra le due sponde dell’oceano. Le stime del rapporto Ismea indicano che nessuna delle parti in causa ci guadagnerebbe: l’export agroalimentare italiano calerebbe del 9,5% e le esportazioni dell’Unione negli States del 4,1%, mentre le esportazioni americane verso l’UE scenderebbero del 5,7%.

Nel lungo periodo l’Italia sarebbe comunque in grado di recuperare le vendite perdute sul mercato statunitense con maggiori esportazioni intracomunitarie.

 

(© Osservatorio AGR)

 

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