23 Aprile
Coronavirus imprese & mercati

Il turismo del vino affondato dal Covid-19

Il coronavirus uccide anche il turismo del vino: il contraccolpo economico della sola mancanza di vendita diretta nelle cantine italiane è di 2-2,5 miliardi di euro, senza contare gli ulteriori danni per le 8.000 aziende enologiche che si sono organizzate per dare ospitalità.
A lanciare l’allarme è Donatella Cinelli Colombini, ideatrice della giornata Cantine Aperte e prima promotrice del turismo del vino in Italia, che fa il punto sugli effetti dell’emergenza sanitaria nelle cantine turistiche italiane che perdono business e posti di lavoro.
La crisi del turismo mondiale blocca un business da 1,3 miliardi vuotando aerei, alberghi, ristoranti e cantine che perdono i migliori clienti. Più grave la situazione in campagna dove il turismo si è sviluppato negli ultimi anni sotto forma di agriturismo e turismo enogastronomico: «Non scordiamoci che fino allo scorso anno metà dei 58 milioni di turisti stranieri in Italia aveva comprato almeno una bottiglia di vino» ricorda Cinelli Colombini.
In Italia sono circa 25.000 le aziende vitivinicole aperte al pubblico, e di queste circa 8.000 danno anche ospitalità, occupando 30.000 dipendenti stagionali addetti all’enoturismo, oltre al personale a tempo indeterminato.
Ci sono nel nostro Paese zone particolari che hanno costruito la propria immagine e floridità economica proprio sul turismo enogastronomico, come il Chianti, le Langhe o la Valpolicella. «Per queste destinazioni – sottolinea Cinelli Colombini – il futuro è molto preoccupante soprattutto perché il loro sistema economico era interamente basato sull’attrattiva vino, con alberghi e agriturismi, ristoranti, enoteche, cantine aperte al pubblico per visite, degustazioni e vendita diretta».
In questo disastroso 2020 ogni Paese cercherà di tenere i cittadini nei propri confini nazionali. Le destinazioni turistiche dove i viaggiatori sono prevalentemente italiani saranno un po’ meno colpite rispetto ad altre, come la Toscana, dove gli arrivi dall’estero hanno percentuali molto alte e fra loro gli statunitensi sono numerosi (9% degli arrivi totali). Qui si rischia il tracollo.

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