9 Aprile
imprese & mercati

In Gran Bretagna frutta e verdura più care dell’8% dopo la Brexit

Frutta e verdura, fiori e olio d’oliva diventeranno tutti più cari una volta che la Gran Bretagna avrà lasciato l’Unione europea, indipendentemente dall’accordo commerciale che sarà stato raggiunto. È questa la previsione dell’analista della Rabobank Harry Smit, autore del rapporto Future Food Security in the UK: the Impact of the Brexit on Food and Agribusiness in Europe and Beyond.

 

Secondo tale rapporto, in seguito alla Brexit, i prezzi dei prodotti alimentari importati dall’Unione europea potrebbero registrare un incremento dell’8%, entro la fine di un eventuale periodo transitorio, dal momento che la Gran Bretagna sarà costretta a imporre degli ulteriori controlli alle frontiere, che renderanno più difficili le importazioni degli alimenti che non è in grado di produrre autonomamente. «I consumatori inglesi», dichiara Smith, «dovrebbero prepararsi a possibili aumenti dei prezzi, probabilmente nell’ordine dell’8%, su quei prodotti per i quali la Gran Bretagna è quasi totalmente dipendente dall’Unione europea».

 

Lo scorso anno la Gran Bretagna ha importato prodotti agroalimentari per un valore complessivo di 47,5 miliardi di sterline, il 71% dei quali provenienti dai Paesi membri dell’UE. Tra le importazioni più costose, si annoverano la frutta, la verdura e i fiori olandesi e spagnoli, così come il vino francese.

 

Le argomentazioni di Smit contrastano con le affermazioni dei sostenitori della Brexit, secondo cui i prezzi alimentari diminuiranno, perché verranno rimossi gli elevati dazi doganali imposti sui beni importati dai Paesi extraeuropei. Per esempio, Tate & Lyle, noto produttore di zucchero, afferma di pagare 40 milioni di euro in più l’anno per l’acquisto delle materie prime, a causa delle quote e delle tariffe europee.

 

Ma Smit sostiene che i prezzi potrebbero aumentare, a prescindere dalla natura delle nuove relazioni della Gran Bretagna con l’Unione europea. L’incremento sarebbe indipendente dal fatto che il Paese opti per importazioni alimentari non soggette a dazi, nel quadro di un accordo volto a incoraggiare partner commerciali internazionali ad accogliere le società di servizi della Gran Bretagna, oppure imponga tariffe doganali per proteggere i produttori agricoli.

 

Gli analisti della Rabobank prevedono che la divisa nazionale, che ha contribuito a portare il tasso di inflazione inglese al livello più alto da oltre tre anni, continuerà a deprezzarsi: il prossimo anno la sterlina diminuirà di un ulteriore 5%, esercitando una pressione ancora maggiore sui prezzi.

 

Smit sostiene che la Brexit potrebbe fornire una spinta agli operatori inglesi del settore, perché i produttori cercheranno di bilanciare i costi di importazione prendendo le materie prime e lavorandole in loco invece di acquistare prodotti finiti dall’estero.

 

Ma il settore agroalimentare inglese dipende fortemente anche dalla manodopera straniera, con circa un terzo dei lavoratori che proviene dai Paesi membri dell’Unione europea.

 

Pertanto, un eventuale aumento della produzione interna, combinato con l’uscita dal mercato unico, potrebbe rendere più difficile il reperimento di manodopera, determinando un aumento dei salari, e probabilmente dei prezzi alimentari.

 

(© Osservatorio AGR)

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