16 Gennaio
imprese & mercati politiche

Dazi Usa: vino e olio italiani con il fiato sospeso

La possibilità che sui vini e sugli oli italiani esportati negli Stati Uniti si abbatta una mannaia sotto forma di dazi fino al 100% fa tremare i nostri produttori. La minaccia è concreta, perché l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ha autorizzato gli Usa a imporre nuovi dazi legati alla vicenda Boeing-Airbus e l’amministrazione americana può liberamente scegliere quali prodotti colpire.
Il rischio che i dazi devastino il mercato è chiaro non solo in Europa, ma anche negli Usa: le due principali organizzazioni del settore vitivinicolo nell’Unione europea e degli Stati Uniti, il Comité Européen des Entreprises Vins (Ceev) e il Wine Institute, hanno firmato una dichiarazione di principio che chiede la completa eliminazione delle tariffe e l’esclusione del vino da controversie commerciali su altri settori.
A inizio settimana il commissario europeo al commercio Phil Hogan è volato negli Stati Uniti dove, tra i temi più scottanti che dovrà discutere con le autorità americane, c’è ovviamente quello dei dazi attualmente in vigore e di quelli per il momento minacciati.
«Ci auguriamo che la missione di Hogan possa scongiurare ciò che riteniamo essere un vero e proprio agguato commerciale ai danni dell’agroalimentare italiano ed europeo» ha detto il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani.
«Inutile dire – ha aggiunto – come per il comparto vino la preoccupazione sia enorme: basti pensare che, complici anche le scorte accumulate nei mesi precedenti, i vini fermi francesi sottoposti all’extra-dazio del 25% hanno registrato un calo di vendite negli Usa del 36% a valore nel solo mese di novembre rispetto alla stessa mensilità sul pari periodo 2018».
«Contestualmente – aggiunge Mantovani – secondo il nostro Osservatorio Vinitaly Nomisma Wine Monitor, l’Italia ha chiuso il mese con una crescita di quasi il 10%. Ora, con la calamità delle possibili imposte aggiuntive, la produzione interna non sarà in grado di soddisfare la domanda e l’Europa rischia così di perdere quote di mercato difficilmente recuperabili in futuro, a tutto vantaggio del Nuovo Mondo produttivo».

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