21 marzo

Un nuovo piano per rilanciare l’olivicoltura italiana. Definito un pacchetto di proposte

Tre sono i punti chiave per uscire dalla crisi e rafforzare l’olivicoltura: contributi alle aziende per la realizzazione di nuovi impianti, il rafforzamento della qualità e la tutela della produzione made in Italy e campagne di promozione e comunicazione da realizzare nei mercati maturi e in quelli più dinamici

 

Quella appena trascorsa è stata una delle peggiori annate di sempre per l’olivicoltura italiana, caratterizzata da una produzione più che dimezzata rispetto al 2017, inferiore a 180.000 tonnellate, e con una disponibilità ridotta di due terzi in Puglia, regione che concentra la metà del potenziale produttivo nazionale, a causa dei danni da gelo e dell’emergenza xylella.

 

L’eccezionale e drammatico calo produttivo registrato non è che l’ennesima manifestazione di una crisi strutturale che la filiera olivicola italiana sta vivendo da molti anni. Le criticità sono ben note: si tratta di un settore in sofferenza dal punto di vista reddituale, gestito spesso in maniera non “imprenditoriale”, che fatica più di altri a trovare momenti effettivi di coordinamento e concentrazione del prodotto, nonostante presenti una struttura produttiva frammentata ben oltre la media, già assai elevata, del settore agricolo nazionale.

 

Dopo un primo piano olivicolo nazionale varato nel 2010, ne è stato formulato un secondo nel 2016, con una dotazione di oltre 30 milioni di euro e articolato in 12 interventi, dei quali alcuni in fase di esecuzione, ma i risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti. Ora il Ministero delle politiche agricole intende proporre un nuovo e più incisivo programma strategico per avviare un’azione di rilancio e modernizzazione del comparto nel medio e nel lungo termine.

 

Nel documento del 2016 venne definito un obiettivo ambizioso, cioè recuperare il potenziale produttivo nazionale del 25% in 7-10 anni per riportare la produzione su livelli di 650.000 tonnellate all’anno.

 

Aumentare la capacità produttiva nazionale e conferire maggiore solidità al settore, così da evitare le notevoli oscillazioni dell’offerta registrate negli ultimi 5 anni, rimane la principale delle priorità anche del nuovo documento, tanto che il Ministero intende proporre un piano di investimenti mirato alla realizzazione di moderni impianti, più resistenti agli eventi avversi di natura climatica e fitosanitaria.

 

Un secondo elemento-chiave è la qualità e la tutela della produzione made in Italy, con azioni sulle normative europee e nazionali in materia di classificazione merceologica del prodotto e controlli e sanzioni sui comportamenti degli operatori. In tale contesto, molti concordano sia necessario intervenire con campagne di promozione e comunicazione da realizzare nei mercati maturi e in quelli dove i consumi stanno aumentando.

 

Centrale per il futuro del settore è l’impatto che la prossima riforma della Pac potrà esercitare.

 

Con la proposta attuale, il piano strategico nazionale avrà il compito di programmare tutti gli interventi in agricoltura: quelli settoriali, il regime dei pagamenti diretti e la politica di sviluppo rurale. Il nuovo piano olivicolo nazionale potrebbe dunque essere inserito nel piano strategico della Pac e, in tal caso, il coinvolgimento delle Regioni sarà determinante, poiché ad esse spetta l’impostazione e l’attuazione sul territorio degli interventi del Secondo pilastro, cioè gli investimenti aziendali, i pagamenti per superficie di natura agroambientale, i progetti di filiera, la consulenza, l’assistenza tecnica e l’innovazione.

 

Gli interventi settoriali saranno realizzati dalle op e dalle aop ma, a differenza di quello che accade oggi, l’erogazione dei contributi europei sarà quantificata sulla base del valore della produzione commercializzata.

 

Il sistema organizzato dell’olivicoltura italiana negli ultimi anni ha incassato circa 36 milioni di euro di contributi europei all’anno. Per mantenere tale dotazione finanziaria anche dopo il 2020 è necessario che le op e le aop del settore commercializzino la produzione conferita dai soci nella misura indicativa di 150.000–200.000 tonnellate, un quantitativo ben più elevato rispetto a quello attuale. Per non perdere i fondi europei sarà pertanto necessario promuovere un largo processo di adesione alle organizzazioni dei produttori, vincendo le tradizionali resistenze manifestate dal mondo agricolo.

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