28 aprile
approfondimenti

Un inglese su due consuma salumi italiani, ma la Brexit rischia di affossare il nostro export

Industria delle carni italiana sempre più internazionalizzata

Un recente studio di Agrifood Monitor presentato al Cibus Connect di Parma ha messo in luce come l’industria delle carni italiane sia sempre più presente sui mercati internazionali: nel 2016 ogni 100 euro di vendite dell’industria delle carni, 12 sono state realizzate in Paesi esteri per un valore complessivo dell’export di 2,8 miliardi di euro (9% del totale alimentare). La progressiva crescita delle vendite estere, che ha fatto segnare un +75% nel corso degli ultimi 10 anni, ha consentito al settore di controbilanciare la contemporanea contrazione dei consumi interni. Gli italiani mangiano, infatti, sempre meno carne, come dimostra il calo dei consumi pro-capite passati dagli 80,4 Kg del 2005 ai 74,5 del 2015.

 

Salumi punto di forza dell’export

La componente più dinamica delle esportazioni di carne è quella dei salumi e derivati, che con 1,6 miliardi nel 2016 (56% del totale carni) ha quasi raddoppiato il proprio valore rispetto al 2006 (+91%) e mostra segnali positivi di crescita anche nel corso dell’ultimo anno (+4,5%). Punto di forza del nostro prodotto è la qualità come dimostra il forte differenziale di prezzo rispetto agli altri competitor mondiali: con 8,1 €/kg l’Italia stacca nettamente i grandi esportatori spagnoli (5,70 €/kg), tedeschi (4,2 €/kg) e statunitensi (3,5 €/kg) e polacchi (3,0 €/kg), sebbene li segua a distanza sul fronte delle quantità (Figura 1).

 

Figura 1 – Posizionamento dei salumi italiani vs competitor (volumi e prezzi medi all’export 2016)

salumi italiani

Fonte: Agrifood Monitor.

 

UK terzo mercato di destinazione dei salumi italiani

Con un valore superiore ai 174 milioni di euro, il Regno Unito si configura come il terzo mercato di export dei salumi italiani, dopo Germania e Francia. Tuttavia, nel panorama mondiale, la Gran Bretagna rappresenta il primo mercato di import di carni trasformate con un valore che nel 2016 si è avvicinato ai 3,4 miliardi di euro, evidenziando quindi ulteriori potenzialità di crescita per le nostre produzioni.

 

Un inglese su due consuma salumi del Bel Paese

In effetti, secondo lo studio di Agrifood Monitor condotto su un campione di 800 responsabili di acquisto di prodotti alimentari del Regno Unito, l’interesse dei consumatori inglesi per i salumi è elevato, come dimostra il fatto che circa l’87% di loro li ha acquistati almeno in una occasione negli ultimi 12 mesi ed in particolare il 57% più volte nel corso di una settimana. La scelta del prodotto è guidata prevalentemente dalla convenienza: il prezzo basso o la presenza di promozioni e sconti complessivamente si configurano come il criterio di scelta più importante per il 44% dei consumatori. Tuttavia risulta significativo pure l’interesse per il prodotto di importazione dato che il 73% si rivolge anche a prodotti di origine straniera e fra questi l’Italia viene riconosciuto come il produttore di salumi di maggiore qualità, seguito da Germania e Spagna.

 

Il prosciutto cotto, seguito dal prosciutto di Parma, dal salame Milano e dalla mortadella rappresentano i salumi italiani più conosciuti, tutti con percentuali di awareness superiori al 50%. Questi stessi prodotti sono conseguentemente anche quelli più consumati.

 

Brexit e possibili impatti sulle imprese italiane

Alla luce dei risultati emersi dall’indagine e dal posizionamento competitivo dei salumi italiani nel mercato UK, è facile intuire i potenziali rischi per le nostre imprese collegate alla Brexit e in particolare alle possibili contromisure che il Governo inglese potrebbe adottare a seguito di un eccessivo deficit commerciale. L’ulteriore svalutazione della sterlina unita a possibili dazi all’import finirebbero con il penalizzare le nostre esportazioni di salumi in considerazione del fatto che, come evidenziato precedentemente, il consumatore inglese per quanto interessato alla qualità dei nostri prodotti, mantiene sempre una prioritaria attenzione al fattore prezzo.

 

(© Osservatorio AGR)

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