22 Novembre
approfondimenti

Trump, il TTIP e il futuro degli accordi di libero scambio

di Denis Pantini

L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America ha avuto, tra gli altri innumerevoli effetti, quello di ridurre al lumicino le speranze di chi ipotizzava la continuazione dei negoziati sul TTIP (il Trattato di libero scambio commerciale tra Ue ed USA) avviati nel 2013. Ad onor del vero, va anche segnalato come pure dalla sponda europea, nei mesi scorsi, fossero arrivate da parte di rappresentanti di governi nazionali dichiarazioni verso uno stop alle trattative. Ma è stato principalmente durante la campagna elettorale americana che Trump ha più volte ribadito la volontà di rivedere non solo gli accordi in fase di negoziato ma addirittura quelli già siglati (come il Nafta o il TPP, quest’ultimo non ancora ratificato dal Congresso).

 

Il TTIP nel contesto degli accordi di libero scambio regionali

Il TTIP rappresenta indubbiamente il principale accordo di libero scambio regionale in corso di negoziazione tra l’Unione europea e un paese terzo, dato che le due aree rappresentano il 50% del PIL mondiale, il 30% dei flussi commerciali globali nonché più di 800 milioni di consumatori. Dopo lo stallo dei negoziati multilaterali in seno al WTO, a livello planetario i cosiddetti RTA (Regional Trade Agreement) si sono moltiplicati arrivando oggi alla bellezza di 423 accordi in vigore.

 

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Fonte: WTO

 

 

Gli accordi in essere e in fase di negoziazione tra Ue e paesi terzi

Di questi, molti riguardano l’Unione europea e la sua politica commerciale. Nello specifico, oggi risultano attivi tra l’UE e Paesi terzi più di 40 accordi (di cui 16 nel continente europeo e 9 con Paesi dell’area mediterranea), 7 sono stati finalizzati ma sono ancora in attesa di ratifica (come il CETA, l’accordo con il Canada) e oltre 10 risultano in fase di negoziato (oltre al TTIP, rientrano in questa categoria quelli con il Giappone, l’India e il Mercosur).

 

L’importanza dei mercati terzi per l’agroalimentare italiano

La rilevanza degli accordi di libero scambio trova fondamento nelle diverse barriere (tariffarie, ma soprattutto non tariffarie) che ostacolano l’ingresso dei nostri prodotti agroalimentari nei mercati extracomunitari. Basti pensare che, a seguito della crisi internazionale e dei rigurgiti protezionistici che si sono manifestati, tra il 2012 e il primo semestre 2016 sono stati introdotti a livello globale quasi 800 provvedimenti tra misure sanitarie e barriere tecniche per le importazioni di prodotti agroalimentari, arrivando all’incredibile cifra di 1.637 disposizioni vigenti in materia sanitaria e fitosanitaria e 603 requisiti tecnici (attinenti ad esempio il packaging, l’etichettatura, o il possesso di certificazioni) che altro non fanno che limitare, o più spesso escludere, la possibilità per i produttori italiani – in particolare quelli medio-piccoli – di esportare nei Paesi terzi.

 

Eppure si tratta di quei mercati che, nel caso del food&beverage italiano, pesano oggi per quasi il 40% nel valore delle nostre esportazioni, grazie ad una crescita che nel giro di quindici anni è arrivata a segnare un +150%, a fronte di tassi di sviluppo economico che non solo in passato ma sempre di più in futuro si prevedono più elevati rispetto a quanto si verificherà nei paesi dell’Unione europea.

 

Il ruolo del Nord America come mercato di sbocco

In questo scenario di mercato, il Nord America assorbe il 14% delle nostre esportazioni di prodotti alimentari trasformati, con un’incidenza che arriva al 28% nel caso di vini e bevande. Si tratta cioè dell’area di destinazione più importante (dopo l’UE) per le nostre imprese dove non mancano imponenti barriere tariffarie e non tariffarie (in Canada i dazi per l’import di prodotti lattiero-caseari arrivano fino al 250% mentre negli USA diversi prodotti vegetali o di origine animale non possono nemmeno entrare) e che oggi risulta interessata da due accordi di libero scambio di cui uno in attesa di ratifica (CETA) e uno che invece rischia di rimanere congelato per chissà quanti anni ancora.

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