9 febbraio
approfondimenti

I tratti di genere nelle aziende familiari agricole

di Marcello De Rosa

La dimensione di genere nell’agricoltura familiare

Più del 90% dell’agricoltura italiana ed europea si fonda su aziende familiari. Ciò genera, in primo luogo modelli imprenditoriali e decisionali di tipo collettivo, spesso orientati a sfruttare grappoli (cluster) di opportunità, in ragione della numerosità dei familiari e, in particolare, del contributo che essi offrono in azienda. In secondo luogo, emerge una forte interdipendenza tra la sfera domestica e quella aziendale, il cui grado di intensità può essere influenzato dal profilo sociodemografico del conduttore, ad esempio dal sesso. Se, infatti, da più parti ci si affretta a sottolineare come il genere del conduttore stia diventando sempre meno discriminante sulle performance aziendali, d’altra parte emergono ancora alcuni elementi di differenza tra la conduzione maschile e quella femminile. Gli ultimi decenni del secolo scorso hanno evidenziato profonde trasformazioni rispetto a quella che era definita una partecipazione sussidiaria delle donne alla conduzione aziendale, tipica degli anni Settanta. Già dagli Ottanta, il ruolo femminile nell’agricoltura diviene assai più visibile anche se, in alcuni contesti, ancora “incastrato” all’interno di modelli patriarcali. Le ricerche avviate all’inizio del secolo presente dimostrano invece una chiara affermazione di modelli imprenditoriali femminili, con tratti spesso marcatamente differenziali rispetto alla conduzione maschile.

 

Principali caratteristiche aziendali per genere del conduttore

Secondo i dati disponibili, la conduzione femminile assorbe oltre un terzo del family farm business nazionale. Un primo gap tra uomini e donne riguarda il livello di formazione che sembra relativamente più basso (per le donne), almeno per quanto riguarda la formazione specialistica (diploma o laurea a indirizzo agrario). D’altra parte, nelle fasi giovani del ciclo vitale si segnala un accrescimento del livello di educazione. Inoltre, il dato aggregato nazionale evidenzia profonde differenziazioni, se è vero che in alcune province il tasso di istruzione femminile è pari a più del doppio rispetto a quello nazionale. In provincia di Bologna, ad esempio, la percentuale di imprenditrici con diploma a indirizzo agrario è quasi 4 volte (8,9%) più alta rispetto alla media nazionale (2,6%).

 

Un secondo divario riconducibile al genere riguarda la variabile dimensionale, sia fisica che economica: la dotazione strutturale delle aziende maschili risulta sistematicamente superiore rispetto a quelle femminili (8 ha per le aziende condotte da uomini, contro i 5 ha in quelle condotte da donne), così come la performance economica in termini di standard output (più del doppio nelle aziende maschili). Anche in questo caso, tuttavia, è opportuno segnalare alcune differenze, ad esempio in provincia di Bologna lo standard output delle aziende a conduzione femminile è di poco inferiore rispetto a quelle maschili, pur in presenza di aziende mediamente più piccole di circa 6 ettari. Evidentemente, ciò è l’esito di modelli imprenditoriali diversificati che possono, ma non sempre, supportare deficit strutturali con strategie di valorizzazione dei prodotti nell’ambito di circuiti articolati.

 

Molto spesso tali strategie sono adottate da aziende localizzate nelle fasi iniziali del ciclo vitale (soprattutto giovane, ma anche matura). In quest’ambito spiccano alcune differenze nelle strategie di valorizzazione, se è vero che la conduzione maschile predilige modelli di valorizzazione collettiva delle produzioni agricole, ad esempio attraverso marchi di denominazione di origine (DOP-IGP), laddove l’imprenditoria femminile (soprattutto giovanile) si caratterizza per una propensione relativamente maggiore verso strategie di valorizzazione di tipo individuale, come l’agricoltura biologica. In alcune realtà, come la provincia di Bologna, la quota di aziende femminili giovani che aderiscono a sistemi di certificazione biologica si attesta attorno al 13%, a fronte di una media nazionale del 3,4%.

 

Molto spesso la valorizzazione dei prodotti agricoli trova uno sbocco in filiere alternative, in particolare nella vendita diretta, privilegiata da più di un quinto delle aziende condotte da donne. D’altra parte, l’adesione a organismi associativi per la commercializzazione dei prodotti vede una partecipazione relativamente più ridotta per le aziende al femminile: su un dato medio nazionale del 20%, la quota di aziende femminili si ferma a circa il 15%, mentre quella maschile è di 7-8 punti percentuali più elevata. Il dato interessante è che tale divario in alcune realtà tende ad assottigliarsi nelle fasi mature (ad esempio nella regione Veneto) e addirittura anziane (ad esempio in provincia di Bologna) del ciclo vitale, quasi a testimoniare una crescente familiarizzazione delle donne imprenditrici con formule associative. Molto spesso, infine, le strategie aziendali possono contare sul supporto offerto dalle politiche di sviluppo agricolo e rurale. Anche in questo caso le statistiche disponibili offrono un quadro a tinte non unite: le aziende maschili, infatti, spiccano per una maggiore capacità di accesso al mercato delle politiche, con punte di un terzo in quelle giovani, a fronte di un quarto nelle aziende femminili. Tuttavia, non è inopportuno evidenziare come questi divari si assottiglino in alcune realtà territoriali (in provincia di Bologna, il divario scende a 4 punti percentuali, raggiungendo il 44% delle aziende femminili). In altre province, invece, il divario si annulla anche se ad un livello molto più basso, come ad esempio in provincia di Salerno, dove la quota è praticamente identica, circa il 10%.

 

Ulteriori chiavi di lettura del family farm business

Da quanto detto in precedenza non è sembrato inutile il richiamo ai divari di genere nel family farm business. Il meccanismo di imprenditorialità collettiva che presiede le decisioni aziendali persiste e contraddistingue i processi di adattamento aziendale. D’altra parte, la presenza femminile alimenta circuiti strategici che, a nostro avviso, non sono assimilabili a quelli delle aziende a conduzione maschile. Le differenze, infatti, interessano vincoli di natura strutturale, processi di integrazione verticale, percorsi di creazione di valore. Evidentemente, le notazioni di cui sopra, inevitabilmente sintetiche, necessitano di ulteriori approfondimenti che, per motivi di spazio, non abbiamo potuto mostrare, ad esempio soffermandoci sulla composizione della famiglia per conduttore maschio o femmina (presenza di figli, attivi o meno in azienda). Si tratta solo di un rinvio, torneremo a occuparci di questi aspetti in futuri approfondimenti.

 

(© Osservatorio AGR)

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