9 novembre
approfondimenti

Stati Uniti e (nuove) politiche commerciali: quali impatti per l’agroalimentare italiano?

di Patrizia Tomasso

I numeri del commercio agroalimentare con gli USA

II mercato statunitense rappresenta il primo sbocco per le esportazioni agroalimentari dell’Unione europea, il cui valore nel 2016 è risultato pari a 130,7 miliardi di euro. Nello stesso anno, l’export di prodotti agricoli e alimentari dell’UE verso gli USA ha raggiunto 20,6 miliardi (16% sul totale delle vendite oltreconfine). 

Rilevante è anche il ruolo che gli Stati Uniti rivestono nel commercio agroalimentare dell’Italia, che vede nella superpotenza il terzo Paese cliente, dopo Germania e Francia. Nel caso del Belpaese, a fronte di poco più di 13 miliardi di esportazioni agroalimentari extra-UE, l’ammontare destinato al mercato statunitense è di circa 3,8 miliardi, cifra che rappresenta il 29% del totale. 

In tale contesto, si può facilmente intuire quanto sia significativo, per il comparto agroalimentare europeo (e in particolare italiano), l’impatto delle politiche commerciali messe in atto dagli Stati Uniti.

 

 

Le strategie degli USA in tema di commercio internazionale

Sotto tale profilo, l’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump ha suscitato non poche preoccupazioni, soprattutto alla luce delle posizioni protezionistiche espresse nel corso della campagna elettorale. A poco meno di un anno dall’insediamento del magnate, è possibile iniziare a valutare se, e in quale misura, i documenti ufficiali e i primi provvedimenti adottati dalla nuova amministrazione siano coerenti con le linee strategiche preannunciate.

In primo luogo appare confermata la preferenza per accordi bilaterali, nei quali gli Usa possono far meglio valere la propria forza negoziale rispetto a trattati multilaterali (come quelli promossi dall’Organizzazione Mondiale del Commercio – OMC) che, coinvolgendo più Paesi, sono governati da regole decisionali di tipo collegiale. In questa linea si collocano il ritiro dall’accordo multilaterale Trans-Pacific Partnership (Tpp) a suo tempo concluso dall’amministrazione Obama e la richiesta di rinegoziare il North American Free Trade Agreement (Nafta). 

Ma, soprattutto, sembra aver preso piede l’idea di difendere i prodotti statunitensi con una strategia neo-protezionista (sintetizzata nello slogan “America first”), basata sull’uso più aggressivo di alcuni strumenti disponibili nell’ambito dell’OMC, quali i dazi anti-dumping e il meccanismo per la risoluzione delle controversie. 

Va in questa direzione l’esplicita messa sotto accusa dei Paesi che registrano il maggiore surplus commerciale nei confronti degli Stati Uniti: Cina, Germania, Giappone, Messico e Italia, verso i quali Trump ha più volte minacciato azioni di ritorsione. 

 

 

USA e politiche commerciali: quali impatti?

Sulla scorta di questi avvenimenti, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (Ismea) ha realizzato uno studio che simula gli effetti di alcuni ipotetici scenari derivanti da possibili azioni di politica commerciale degli USA.

Il primo scenario prevede che gli Stati Uniti sfruttino i margini di manovra disponibili all’interno dell’OMC per portare tutti i dazi al livello massimo consentito dagli impegni sottoscritti. Ciò, di fatto, implica l’abolizione di tutte le preferenze commerciali applicate dagli USA: sia quelle bilaterali, nell’ambito dei 14 accordi di libero scambio in essere, sia quelle unilaterali garantite ai Paesi in via di sviluppo. In questo scenario il danno si concentrerebbe sui Paesi che attualmente hanno accordi preferenziali o di libero scambio con gli USA, a partire da Messico e Canada.

Di contro, l’Unione europea, non godendo di accordi preferenziali, potrebbe addirittura trarre vantaggio da tale situazione. Le simulazioni dell’Ismea mostrano comunque un impatto modesto a causa del basso livello dei dazi statunitensi, frutto di 70 anni di progressive liberalizzazioni. Un dato di rilievo è che le esportazioni italiane aumenterebbero più di quelle degli altri Paesi UE e quelle agroalimentari in misura maggiore rispetto al settore manifatturiero.

Nel secondo scenario si ipotizza che gli USA concentrino la loro ostilità commerciale sulla Cina, l’esportatore con il quale registrano il maggior deficit commerciale. Ciò richiederebbe la rottura delle regole multilaterali e dunque l’uscita dall’OMC, sia perché comporterebbe un aumento dei dazi al di sopra del livello consolidato in ambito OMC, sia perché l’incremento, colpendo un solo Paese, sarebbe discriminatorio e quindi contrario alla clausola della nazione più favorita, su cui si fondano gli accordi multilaterali.

L’aumento del protezionismo statunitense nei confronti della Cina avrebbe conseguenze negative per entrambi i Paesi, anche se più forti per l’economia cinese.

Gli effetti maggiori si verificherebbero nei settori non agroalimentari, dove più si concentrano le esportazioni cinesi negli USA. In questo scenario l’Italia registrerebbe un maggior aumento delle esportazioni, più significativo rispetto a Francia e Germania, ma tale incremento riguarderebbe solo in misura marginale il settore agroalimentare.

Si tratta in ogni caso – sottolinea l’Ismea – di uno scenario politicamente irrealistico, in considerazione del fatto che una quota consistente del debito statunitense è detenuta dalla Cina, cosa che costituisce un ovvio deterrente per gli USA a intraprendere azioni unilaterali. Va inoltre ricordato che il primo incontro, avvenuto lo scorso maggio, tra il presidente Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping, non ha portato ad aumenti dei dazi americani, bensì a concessioni in termini di accesso al mercato cinese della carne bovina e dei servizi finanziari statunitensi. È questo un episodio indicativo del fatto che il neo-protezionismo evocato da Trump, più che un reale progetto di politica economica, sarebbe funzionale a negoziare una maggiore apertura dei mercati esteri nei confronti delle esportazioni americane. 

Nel terzo scenario analizzato, il bersaglio della politica commerciale statunitense diventerebbe l’Unione Europea, con conseguente diminuzione delle esportazioni UE verso il mercato americano. 

Rispetto allo scenario precedente, Unione europea e Cina si scambierebbero le parti, poiché sarebbe proprio quest’ultima a occupare gli spazi di mercato lasciati liberi dalle esportazioni europee. 

La probabile reazione dell’UE, ipotizzata nell’ultimo scenario, condurrebbe a una vera e propria guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, con conseguenze molto negative per le esportazioni statunitensi, in particolare per quanto riguarda il settore agroalimentare.

In definitiva, le analisi quantitative realizzate dall’Ismea indicano che un’ipotetica rottura delle regole multilaterali da parte degli USA (e una loro uscita dagli accordi esistenti), produrrebbe risultati molto meno sconvolgenti di quanto si tenderebbe a supporre, almeno se ci si limita a considerare il piano strettamente economico.   

L’unico scenario che mostra effetti maggiormente consistenti è, infatti, quello della guerra commerciale, che però è anche la situazione nella quale gli Stati Uniti accuserebbero le perdite più elevate. 

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