21 Febbraio
approfondimenti

Ruolo economico ed evoluzione dei prodotti Dop e Igp italiani

Quanto pesano i prodotti Dop e Igp nel sistema agroalimentare?

Il Rapporto 2016 Ismea-Qualivita appena uscito ci consegna una fotografia sullo stato di salute dei prodotti Dop e Igp italiani che sembrano accrescere la propria rilevanza nel più ampio sistema agroalimentare italiano. Secondo il Rapporto, infatti, l’Italia rappresenta il primo Paese (in Europa e quindi al mondo, visto che il sistema delle Dop e Igp trova fondamento in un Regolamento CE) per numero di riconoscimenti: ben 814 su 2.959. Un paniere di qualità che vale 13,8 miliardi di euro alla produzione, di cui più della metà ottenuti sui mercati esteri. In altre parole, un sistema che pesa per circa il 10% sul fatturato dell’industria alimentare italiana e oltre il 20% sull’export di settore.

 

L’evoluzione intervenuta

Rispetto a cinque anni prima e considerando solamente i prodotti alimentari (e quindi escludendo i vini), il numero dei riconoscimenti Dop e Igp per l’Italia è cresciuto del 33%, passando da 219 a 291. Nello stesso periodo di tempo, il valore alla produzione di queste denominazioni del food è aumentato del 6%: la discrasia esistente tra queste due variazioni sottende l’evidente differenza “dimensionale” esistente tra i prodotti Dop e Igp di più “antica” registrazione e quelli più recenti, questi ultimi riguardanti generalmente piccole produzioni locali collegati sostanzialmente a bacini di consumo regionali.

 

Aumenta il fatturato, ma diminuiscono i produttori

Tuttavia, l’elevato numero di riconoscimenti nasconde in molti casi una corsa alla registrazione dettata più da motivi politici che economici. Il poter vantare la registrazione di un prodotto locale nel registro comunitario delle indicazioni geografiche ha spesso portato gli amministratori territoriali a “spingere” i produttori verso tale ottenimento anche alla luce di potenziali finanziamenti collegati agli strumenti di sviluppo locale (come i PSR). Sennonché, non essendo la Dop o l’Igp una condizione sufficiente ad ottenere uno sbocco di mercato e richiedendo comunque costi aggiuntivi (di certificazione, di adeguamento produttivo ai dettami del disciplinare, ecc), molti di questi produttori dopo l’ottenimento della Dop/Igp sono usciti dalla filiera certificata.

 

Risultato: se nel 2010 si contavano 84.587 operatori, cinque anni dopo il tessuto imprenditoriale si è ridotto fino a 80.010 imprese. Ad onor del vero occorre anche segnalare come questa diminuzione sottenda a veri e propri processi di riorganizzazione produttiva (aggregazione tra imprese), ma è altresì vero che per alcuni prodotti – come l’olio extravergine d’oliva o i prodotti ortofrutticoli -, la mancanza di una valorizzazione di mercato collegata alla denominazione ha indotto molte aziende ad uscire dal sistema certificato.

 

Cresce l’export

Tra alti e bassi, i prodotti Dop e Igp (in particolare quelli a maggiori volumi di offerta) del Belpaese hanno messo a segno crescite significative nell’export, arrivando a superare i 3 miliardi di euro, contro i meno di 2 miliardi di cinque anni prima. Oltre la metà delle vendite all’estero riguarda i formaggi, un altro 24% gli aceti balsamici, un 16% i prodotti a base di carne, mentre il rimanente 8% si divide tra olio d’oliva, ortofrutta e carni fresche.

 

Tra le aree di destinazione, l’Unione europea rappresenta il mercato di sbocco più importante assorbendo quasi il 70% dell’export di prodotti Dop e Igp italiani, al cui interno Germania e Francia rappresentano i principali acquirenti. Oltreoceano, invece, gli Stati Uniti figurano come il più importante mercato extra-comunitario, con una quota vicina al 10% (figura 1).

 

Figura 1 – I principali mercati di destinazione del food Dop e Igp italiano (% sulle quantità esportate nel 2015)

Dop e Igp

Fonte: elaborazioni su dati Ismea-Qualivita

 

Rispetto al 2010, non sembrano esserci stati particolari cambiamenti nelle rotte di destinazione dei prodotti italiani a marchio Dop e Igp. In effetti, anche cinque anni fa i mercati extra-UE pesavano sull’export della categoria per poco più di un terzo, mentre era sempre l’Unione europea a fungere da principale sbocco di tali produzioni. D’altronde, la mancanza di una tutela extra-comunitaria di tali denominazioni – oggi sopperita ove possibile dalla conclusione di accordi di libero scambio, non ultimo quello con il Canada (CETA) – ha indubbiamente frenato lo sviluppo di ulteriori spazi di mercato nei Paesi terzi, alla luce di una concorrenza sleale di prodotti imitativi che spesso ha funto da vera e propria barriera commerciale.

 

(© Osservatorio AGR)

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