13 Febbraio

Riso, mercato in affanno, anche l’export segna il passo

Secondo le valutazioni di Airi ed Ente risi, più ottimista l’industria risiera, ma sulle semine prevale la prudenza. Da un primo sondaggio dell’Ente risi possibile crescita del 2,5% per le superfici 2020.

 

Mancano i presupposti per temere un peggioramento degli sviluppi congiunturali sul mercato dei risoni. L’Airi, l’Associazione dell’industria risiera italiana, non usa mezzi termini e suggerisce un approccio «razionale» al mercato.

 

Eppure, guardando i prezzi di gennaio, in forte calo su base annua per buona parte delle varietà destinate al mercato interno, le ragioni del malcontento che serpeggia tra i risicoltori italiani sembrano esserci eccome.

 

L’analisi dei certificati di trasferimento dei risoni all’industria – scrive l’Airi – evidenzia al 31 gennaio un collocamento equilibrato, che lascia presupporre il trasferimento dell’intera disponibilità per fine campagna. E anche sul versante dei prezzi – sostengono le rappresentanze industriali – vige una situazione di sostanziale stabilità, con le attuali fluttuazioni che rispondono ai fisiologici aggiustamenti del periodo.

 

Tutto vero, se si guarda agli andamenti congiunturali, ma il discorso cambia, come accennato, se si osserva la dinamica tendenziale dei prezzi, che confronta i valori attuali con quelli di un anno fa. Perdono dal 10 al 20% Arborio e Carnaroli, ma sono in affanno anche gli Indica, nonostante lo stop all’invasione dei risi cambogiani.

 

Alcuni operatori intervistati da Borsa merci telematica hanno anche riferito di un possibile assestamento al ribasso dei prezzi nelle prossime settimane, per un eccesso d’offerta rispetto alle capacità di assorbimento dei mercati.

 

Due diverse vedute, insomma, che spiegano il divario delle superfici tra quelle «desiderate» dagli utilizzatori industriali e le intenzioni di semina dei risicoltori.

 

Nei giorni scorsi l’Ente risi ha pubblicato il primo esito di un sondaggio che ha per ora coinvolto solo una parte dei produttori, rappresentativa di una quota pari a un quarto degli ettari coltivati nel 2019.

 

I dati dicono che non ci saranno grandi stravolgimenti, con una crescita limitata a poco più di due punti percentuali su base annua e una superficie risicola nazionale che potrebbe arrivare a 225.600 ettari, contro i 242.000 chiesti dall’Airi.

 

Il dettaglio varietale delle superfici rivela – in linea con le attese – un riassetto principalmente a vantaggio dei risi tondi, gli unici che stanno beneficiando, ormai da tempo, del favore della domanda. Per questi il bilancio è decisamente positivo, con le intenzioni di semina che portano a valutare quest’anno un 25% in più di investimenti. I dati parlano un’altra lingua se si scorre però la lista dei risi Japonica, prevalentemente destinati al mercato interno. In questo caso emergono forti riduzioni a carico di Arborio e Carnaroli, che perdono rispettivamente il 19 e l’11% delle superfici 2019. Ancora più accentuata la contrazione per il gruppo dei lunghi B, con un meno 20,7% che contrasta di netto con le richieste della controparte industriale.

 

Nel frattempo, la clausola di salvaguardia, che con l’applicazione dei dazi ha fermato le importazioni di risi indica (i lunghi B per l’appunto) dai paesi meno avanzati, sta funzionando. Con la reintroduzione delle tasse doganali gli arrivi nell’Ue hanno registrato una contrazione del 64%. Ma la mancata estensione della clausola di salvaguardia alle varietà «non indica» – osserva l’Airi – ha aperto la possibilità di importare risi alternativi, determinando una forte ascesa degli arrivi in Europa di lunghi A dal Myanmar, fenomeno che sta creando qualche problema alle varietà tradizionali della risicoltura italiana.

 

Va anche evidenziato che la clausola è temporanea (scadrà nel 2022), parziale, in quanto limitata al solo riso di tipo indica, e scalare nella misura del dazio applicato, fissato a 150 euro per tonnellata ma in progressiva diminuzione nel prossimo biennio.

 

C’è inoltre un’altra evidenza, quella sugli sviluppi dell’export, che preoccupa i risicoltori italiani.

 

Nei primi dieci mesi del 2019 l’Italia ha spedito oltre confine 561.000 tonnellate di prodotti risicoli, in calo del 6,5% rispetto all’anno precedente. Particolarmente pesante, nel caso dei semilavorati e lavorati, il bilancio delle vendite in Regno Unito. Oltre Manica i volumi si sono ridotti di quasi il 30% su base annua e con Brexit un recupero sarà quanto meno complesso, considerando tra l’altro che potrebbe salutare l’accordo di fine anno tra Londra e Bruxelles, anche se lo scenario «no deal» sembra a tutt’oggi il meno probabile.

 

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