21 marzo
approfondimenti

Punti di forza e di debolezza della filiera italiana del vino: un confronto con i competitor

L’export di vino italiano segna un nuovo record

Sulla scia della crescita avvenuta nell’export agroalimentare italiano, il vino ha aggiornato nel 2016 il proprio massimo storico arrivando a 5,6 miliardi di euro, vale a dire il 4,2% in più rispetto all’anno precedente e arrivando così a pesare per il 14,7% sul valore complessivo delle esportazioni Made in Italy del food&beverage. Si tratta dell’ennesimo record di vendite che, se comparato ai livelli di dieci anni prima, fa emergere un incremento del 74%, leggermente superiore a quanto messo a segno dal settore agroalimentare nel suo complesso (72%).

 

 

I competitor del vino italiano

La crescita che il vino italiano sta registrando nel mercato mondiale sta avvenendo in un contesto di forte concorrenza, dove diversi player globali possono godere di maggiori vantaggi competitivi collegati spesso alla struttura della filiera vitivinicola nazionale. Tra i principali concorrenti del vino italiano vanno annoverati Paesi europei come Francia e Spagna e Paesi del cosiddetto Emisfero Sud, tra cui Australia, Nuova Zelanda e Cile. Rispetto a questo aggregato di competitor, l’Italia si colloca al primo posto per produzione di vino (48,8 milioni di ettolitri nel 2016) e al secondo per valore dell’export (5,6 miliardi di euro, dopo la Francia che detiene la leadership con 8,3 miliardi di euro).

 

La competitività del vino italiano: punti di debolezza…

Uno dei principali punti di debolezza che connota la filiera italiana del vino è la forte frammentazione del tessuto produttivo. A fronte di dimensioni medie delle aziende vitivinicole italiane che si aggirano su pochi ettari, quelle australiane o cilene contrappongono estensioni di diverse centinaia di ettari. Una polverizzazione che si ribalta anche nelle fasi a valle, tra le imprese di trasformazione. Basti infatti pensare che, in Italia, le prime 3 imprese per dimensione produttiva commercializzano appena l’8% della produzione nazionale di vino, contro il 41% del Cile o addirittura l’80% della Nuova Zelanda (Figura 1).

 

Figura 1 – Grado di concentrazione della produzione vinicola nazionale (incidenza sul totale dei top 3 player)

Vino

Fonte: elaborazioni su dati Wine Monitor.

 
Accanto a questa ridotta concentrazione dell’offerta in mano a pochi importanti player, l’Italia sconta anche costi di produzione del vino più elevati rispetto ai competitor, in particolare dell’Emisfero Sud. Una maggiorazione di costi determinata, oltre che da fattori orografici del territorio, anche dalla minor presenza di vigneti irrigati che determinano una resa più bassa di uva per ettaro. Si pensi, a tale proposito, che mentre in Nuova Zelanda l’85% dei vigneti è irrigato o in Cile arriva addirittura all’89%, in Italia tale incidenza scende al 26%.

 

…e punti di forza

Dall’altro lato, l’Italia del vino presenta molti punti di forza che pochi altri tra i suoi diretti competitor possono vantare. Tra questi una enorme varietà di vini, determinata da un altrettanto vasto patrimonio di vitigni autoctoni e da una molteplicità di indicazioni geografiche (oltre 500 tra Dop e Igp), riflesso di molteplici territori di produzione, tutti diversi tra di loro. Si tratta di una eterogeneità che, se in molti casi non genera “economie di scala” specialmente sul fronte della promozione istituzionale, dall’altro, ha permesso all’Italia di presidiare in tutti i Paesi mondiali i diversi segmenti di mercato, sia sul versante delle tipologie che dei prezzi di vendita. Una diffusione che nessun altro competitor – nemmeno la Francia – è in grado oggi di vantare.

 

L’Italia vanta anche un maggior equilibrio tra export e consumi interni

Tra gli altri vantaggi che l’Italia esprime nei confronti dei propri competitor c’è sicuramente un miglior equilibrio tra export e mercato interno nonché una minor concentrazione delle vendite oltre frontiera. Basti infatti pensare che la propensione all’export della filiera vinicola italiana è di poco inferiore al 50% (misurata sui volumi), contro il 75% di Cile e Nuova Zelanda. Se poi andiamo a misurare l’incidenza dei primi 3 mercati sulle nostre esportazioni, ci troviamo di fronte ad un indice pari al 60%, contro l’82% della Nuova Zelanda o del 66% dell’Australia. In altre parole, emerge in primis un’Italia del vino le cui vendite sono equamente distribuite tra mercato interno ed estero e, per quanto riguarda quest’ultimo, meno dipendente da un numero ristretto di Paesi importatori e come tale meno sensibile ad eventuali shock di mercato di quanto invece lo siano i suoi diretti competitor.

 

(© Osservatorio AGR)

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