1 agosto
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Prezzi garantiti contro sostegno alle infrastrutture, il mondo a due velocità delle politiche agricole

di Angelo Di Mambro

Meno sostegno ai prezzi, più fondi alle infrastrutture fisiche e immateriali per un’agricoltura competitiva, sostenibile, reattiva agli shock. È la raccomandazione principale del 30esimo rapporto Ocse sul monitoraggio e valutazione delle politiche agricole (Agricultural Policy Monitoring and Evaluation 2017). Il metodo usato dagli autori, il ‘producer support estimate’ e relativi indicatori, non è lo strumento più sofisticato del mondo, ma ha il pregio di riuscire a mettere a sintesi e comparare contesti anche molto diversi tra loro, offrendo una prospettiva globale sulle politiche agricole. E col passare delle edizioni e dei decenni, la comparazione diventa possibile anche con il passato recente.

 

L’analisi dell’Ocse copre 6 continenti e 52 paesi, i 35 membri dell’Organizzazione, 6 Stati membri dell’Ue che non vi aderiscono, e 11 economie emergenti. Insieme, accumulano i due terzi del valore aggiunto agricolo a livello mondiale. L’ultima edizione conferma una tendenza in atto da vent’anni. Le economie avanzate riducono la spesa pubblica in agricoltura, anche grazie a un tipo di supporto meno costoso perché meglio calibrato sulle esigenze di imprese integrate nel tessuto economico e nei mercati globali. Il controcanto è l’aumento dei trasferimenti agli agricoltori nelle economie emergenti, con paesi come l’Indonesia a indicare la strada per i molti seguaci delle politiche di sostegno ai prezzi. La tentazione di presentare lo scenario come un gioco a somma zero è forte, forse troppo. Secondo i calcoli Ocse, tra paesi che aumentano la spesa e altri che la razionalizzano, dal punto di vista dei produttori il sostegno pubblico globale è sostanzialmente stabile rispetto a vent’anni fa: oggi rappresenta il 16% delle entrate (receipts) degli agricoltori nei paesi studiati, nel 1997 era il 21%.

 

Ma non tutti i trasferimenti sono uguali. Dei circa 440 miliardi di euro che ogni anno i 52 paesi sotto esame erogano agli agricoltori, il 60% serve a creare politiche per  mantenere prezzi sui mercati nazionali più alti di quelli dei mercati internazionali. Il supporto a servizi e infrastrutture si ferma a 77 miliardi di euro. Eppure sono servizi e infrastrutture che rendono più forti le imprese agricole e alimentari, favorendo l’integrazione negli scambi, la propensione all’innovazione e la resilienza agli shock.

 

Altri elementi che caratterizzano l’attuale scenario delle politiche agricole nel mondo sono la crescente diffusione dei pagamenti diretti, anche se spesso inefficaci su obiettivi specifici, e una sempre maggiore attenzione alla gestione del rischio. In questo senso il rapporto Ocse recepisce, e non per la prima volta, una consapevolezza che si va affermando ormai da una decina d’anni, dai primi picchi dei prezzi alimentari globali nel 2007-2008: dagli accorgimenti usati da secoli dagli agricoltori a livello di singola azienda fino alle politiche economiche moderne, la gestione del rischio agricolo è il concetto più adatto ai tempi per interpretare e definire la singolarità dell’attività agricola e dell’intervento pubblico che la supporta, praticamente in tutto il mondo.

 

L’edizione numero 30 è anche quella dei bilanci. La domanda nei confronti delle politiche agricole, sulla scorta degli Obiettivi dello sviluppo sostenibile dell’Onu, si fa sempre più articolata. Al tema classico dell’approvvigionamento si affiancano nutrizione e sostenibilità ambientale e sociale. Tutti aspetti che potrebbero portare a un aggiornamento della metodologia Ocse nel prossimo futuro. Nella mappatura compiuta dagli autori del rapporto, infine, c’è punto cieco. È l’India, dove su una popolazione di 1,2 miliardi di abitanti oltre 800 milioni di persone vivono in aree rurali e dipendono dal settore primario. Proporzioni che rendono le scelte in materia di politiche agricole di Nuova Delhi impossibili da ignorare, per le conseguenze che hanno a livello regionale e non solo. Si è osservato nel 2008, quando la chiusura alle esportazioni di riso del Subcontinente, seguito da altri grandi player regionali, fece impazzire i prezzi con la penuria di prodotto che finì per colpire persino gli scaffali di alcune grandi catene di supermercati negli Stati Uniti. Appena qualche mese fa, in febbraio, l’attivazione di un programma statale per l’assistenza alimentare ai poveri (ancora, circa 800 milioni di persone) fece aumentare improvvisamente l’indice Fao dei prezzi alimentari mondiali, riportandolo – anche se solo per poche settimane – ai livelli del periodo 2008-2012. In un breve colloquio, gli autori hanno fatto intendere che il ‘buco’ dell’India potrebbe essere colmato già nella prossima edizione del rapporto. Che, compiuti 30 anni, accetta la sfida della maturità e rilancia.

 

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