13 giugno
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Prezzi ai massimi e stock ai minimi: sale la febbre del burro

Prezzi del burro ai massimi

Nell’ultimo anno le quotazioni del burro sono praticamente raddoppiate in tutte le principali piazze, europee e mondiali. In Italia, secondo quanto rilevato dalla CCIAA di Milano, il prezzo è passato da 2,68 €/kg del giugno 2016 agli attuali 5,25 €/kg, pari ad un incremento del 96% (Figura 1). Un aumento analogo si registra in Germania e Francia, mentre risulta ancora più elevato in Oceania (+100%) e più contenuto negli Stati Uniti (+11%).

 

Figura 1 – Andamento del prezzo del burro in Italia (CCIAA Milano, €/kg)

andamento burro

Fonte: elaborazioni su dati CLAL

 

In calo produzione e stock

Alla base di questa fiammata ci sono sicuramente ragioni di ordine produttivo e di minor disponibilità in termini di offerta. Sebbene nel 2016 si sia toccato un record di produzione a livello comunitario, arrivando a 2,15 milioni di tonnellate di burro prodotto, nel primo trimestre di quest’anno si è all’opposto verificata una riduzione di quasi il 6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si tratta tuttavia di un calo già delineatosi a partire da settembre 2016, con variazioni negative continue, mese dopo mese. E in effetti, da quel momento, le scorte europee di burro presenti nei magazzini privati si sono sempre più ridotte, arrivando ad un livello di minima pari a meno di 10mila tonnellate nel marzo 2017 contro le 180mila di luglio 2016.

 

Consumi mondiali in crescita

A dispetto delle nuove tendenze di consumo alimentare che si stanno prepotentemente affermando nel nostro Paese, contraddistinte dalla riduzione/eliminazione delle proteine animali dalle diete degli italiani, a livello mondiale il consumo di burro sta registrando un sensibile aumento. Nel corso degli ultimi cinque anni, tali consumi sono cresciuti di oltre il 10% e secondo stime USDA, nel 2017 si dovrebbe assistere ad un ulteriore incremento rispetto all’anno precedente del 2,7%. A trainare questi consumi sono soprattutto gli Stati Uniti e l’India, con quest’ultimo grande Paese che da solo pesa per oltre il 55% sul totale dei consumi mondiali di questo prodotto (5,4 milioni di tonnellate su 9,7 milioni). Tenendo poi in conto che sempre la stessa USDA stima per l’anno in corso una produzione mondiale di burro in crescita (+2%), è probabile che questa tensione sui prezzi – quantomeno a livello globale e nel medio periodo – possa progressivamente ridursi.

 

Gli effetti su consumatori e industria alimentare

Questa volatilità che sta interessando i prezzi del burro sembra essere determinata da diversi fattori. Il disequilibrio attualmente esistente sul fronte domanda/offerta a livello europeo deriva da molteplici cause tra loro concomitanti. Da una parte il progressivo abbandono dell’olio di palma nella produzione alimentare ha sicuramente spostato la richiesta delle industrie di trasformazione verso il burro, ma più di tutto sembra aver influito il buon andamento della domanda di formaggi a livello internazionale che ha convinto molti produttori ad aumentare l’offerta di quest’ultima tipologia a scapito della commodity. Gli impatti principali di questa volatilità finiscono con il penalizzare soprattutto l’industria dolciaria europea che trova difficoltà a reperire questa materia prima che rappresenta una componente fondamentale delle proprie produzioni. In fin dei conti, la storia sembra ripetersi. Quello che sta accadendo oggi al burro presenta infatti molte similitudini con quanto accadde nel 2010 allo zucchero, le cui quotazioni toccarono i livelli più alti degli ultimi trent’anni alla luce di stock ridotti ai minimi termini, generando problemi di approvvigionamento all’industria alimentare.

 

(© Osservatorio AGR)

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