16 Marzo
approfondimenti

Politiche agroambientali e tecnologie: dalla massimizzazione dei raccolti all’ottimizzazione degli input

di Felice Adinolfi

La diffusa preoccupazione di non riuscire a soddisfare la domanda mondiale di cibo dei prossimi anni è stato uno dei temi che maggiormente ha animato l’Expo 2015 di Milano. Sotto la lente d’ingrandimento non solo la possibilità di duplicare la produzione odierna per sfamare i 3 miliardi di abitanti in più che vivranno il pianeta da qui a quarant’anni, ma anche le modalità con cui questo obiettivo può essere raggiunto. Il tema della sostenibilità dei sistemi agro-alimentari, anche alla luce degli effetti del cambiamento climatico, è divenuto centrale ormai da molti anni. In particolare con riferimento alla necessità di limitare l’uso di input chimici. L’idea di base è che, data la scarsità di nuova terra fertile, l’unica strada per incontrare la crescita della domanda alimentare – che nei prossimi anni dovrebbe potenziarsi soprattutto nei Paesi emergenti e in via di sviluppo – sia quella di aumentare la produttività attraverso una maggiore intensivizzazione dell’agricoltura. E tutti oggi conosciamo quale sia il potenziale prezzo da pagare per una ulteriore intensivizzazione delle pratiche agricole.

 

La realtà dei fatti ci racconta in verità qualcosa di leggermente diverso. L’uso di fertilizzanti sta crescendo ormai da alcuni anni molto lentamente. In particolare nelle economie sviluppate, ma da qualche tempo il rallentamento dei consumi caratterizza anche la gran parte delle economie emergenti. Senza andare nel dettaglio dei dati, quello che è chiaro è che in Europa, come negli Stati Uniti e adesso anche in Cina, la domanda di fertilizzanti sembra essere destinata a rimanere stabile nei prossimi anni. Nel resto del mondo la tendenza è alla crescita, ma con diversa intensità, in funzione del ruolo giocato dalle politiche ambientali e dal volume delle risorse naturali.

 

Recentemente Rabobank ha pubblicato una interessante riflessione sul tema che evidenzia come la relazione tra quantità di fertilizzanti e volume degli input non sia ormai così stretta come in passato. Nonostante una intensità d’uso simile tra Francia e India, la produttività dei suoli francesi risulta, per esempio, quasi doppia. Ovviamente ad essere determinanti sono le caratteristiche climatiche e territoriali, ma anche le vicende strutturali e organizzative specifiche del tessuto produttivo. A spiegare, infatti, una buona parte delle performance produttive e della loro diversità in giro per il mondo sono i modelli produttivi utilizzati. Nelle economie agricole sviluppate, questi sono stati, già da molti anni, spinti verso traiettorie di riorganizzazione sostenibile dalle misure, a volte cogenti, a volte incentivanti, contenute nelle politiche agricole e ambientali. È avvenuto in Europa, negli Stati Uniti, in Canada, per citare alcune delle grandi economie sviluppate, ed oggi inizia anche in Cina a farsi largo l’idea di “normare” un approccio sempre più sostenibile all’agricoltura.

 

Il condizionamento delle misure pubbliche per la sostenibilità ha di fatto promosso modelli produttivi più efficienti sotto il profilo dell’organizzazione delle risorse e favorito la disseminazione dell’innovazione all’interno del settore agricolo. Le parole smart-farming e agricoltura di precisione fanno parte del lessico quotidiano degli agricoltori di buona parte del pianeta e sono la rappresentazione oggi più avanzata del contributo dato dalla tecnologia all’ottimizzazione dell’uso degli input. Nel resto del mondo il consumo di fertilizzati cresce. Si tratta delle aree più povere, dove a prevalere è il carattere di sussistenza dell’agricoltura, e in parte di quelle dove la “risorsa terra” risulta ancora relativamente abbondante. In queste ragioni la facilità di accesso alla terra fa ancora pendere verso quest’ultima la bilancia del costo-opportunità rispetto all’aumento degli input.

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