16 Febbraio
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Il picco dell’indice dei prezzi alimentari FAO. Segnali di un nuovo food rush?

di Felice Adinolfi & Yari Vecchio

L’indice dei prezzi alimentari della FAO segna una, forse, inaspettata impennata per il mese di gennaio. Una media di 173,8 punti: è la più alta degli ultimi due anni, con un incremento di oltre 16 punti percentuali rispetto allo stesso mese del 2016 (tab.1). Il maggior contributo alla crescita dell’indice prezzi elaborato dalla FAO arriva dall’andamento delle quotazioni di zucchero e cereali. Gli indici fanno registrare una crescita di quasi il 10% per il primo, mentre per il secondo intorno al 3,5%.

 

Tab.1: storico prezzi alimentari

Prezzi alimentari

Fonte: FAO

 

Le cause dell’aumento dei prezzi alimentari

Le ragioni sono molteplici, ma vale la pena riflettere su alcuni fattori che sembrano replicare, almeno in parte, talune delle condizioni che anticiparono le crisi dei prezzi del 2007 e del 2011. Altre variabili in gioco hanno, invece, connotati molto diversi.

 

Se guardassimo alle cause primarie della crescita dei prezzi, come ci spiega la FAO nel commento all’evoluzione dell’indice dei prezzi alimentari, per lo zucchero sarebbero da ricercare nella prolungata difficoltà che sta vivendo la produzione di tre grandi player come Brasile, Thailandia e India. Mentre la crescita dei prezzi dei cereali è legata alle condizioni meteorologiche sfavorevoli, cui si è aggiunta la riduzione delle semine, in particolare negli USA, alimentata dalla precedente fase di stagnazione dei prezzi (ulteriori dettagli sull’andamento dei cerali qui).

 

Di contro, però, va rilevato come le vicende dei commerci internazionali abbiano, invece, spinto l’aumento della produzione cerealicola della Federazione Russa e proiettato le riserve cerealicole a livelli record. Le scorte mondiali dovrebbero raggiungere, nel corso del 2017, il picco più alto di sempre, come riportato dal report FAO, con oltre 680 milioni di tonnellate immagazzinate nei granai di tutto il mondo ed in particolare in quelli cinese, statunitense e russo.

 

La reazione dei mercati alle incertezze internazionali sarà la variabile decisiva per disegnare lo scenario del commercio agroalimentare mondiale dei prossimi anni. Il corso delle valute e in particolare del dollaro (come già approfondito in passato) così come le nuove prospettive del commercio internazionale saranno determinanti al riguardo. L’ennesima (e forse decisiva) battuta d’arresto che sembra essere destinata a subire il multilateralismo nei prossimi anni potrebbe pregiudicare la crescita di mercati spesso già molto “ristretti” – solo il 12% del grano prodotto a livello mondiale viene oggi negoziato a livello internazionale – ad alimentare una nuova “corsa al cibo”, dopo quelle del 2007 e del 2011.

 

Nuovi scenari mondiali e accordi commerciali

Se, come sembra, il player che tradizionalmente ha maggiormente spinto l’integrazione commerciale globale cambierà nettamente strategia, tanto sul fronte multilaterale (Wto), quanto su quello bilaterale (Ttip e Tpp), allora le spinte protezionistiche potranno trovare maggiori giustificazioni a livello internazionale. Contribuendo così, come la storia recente ci ha insegnato, ad alimentare tensione sui mercati. Nel 2007 e nel 2011, il ruolo delle misure restrittive delle esportazioni (bandi e altre limitazioni) e di quelle a supporto delle importazioni (incentivi) fu, infatti, decisivo nel sottrarre offerta ai mercati, così come lo fu la corsa a ristrutturare le riserve alimentari strategiche.

 

 

Il ritorno del food rush?

Questo scenario diviene verosimile soprattutto se si dovessero creare le condizioni (anche solo temporanee) per conciliare questa nuova prospettiva commerciale con ipotesi di significativa ripresa economica a livello internazionale. A quel punto il freno alla crescita dei consumi che ha caratterizzato, negli ultimi anni, soprattutto i Paesi emergenti verrebbe meno e una nuova vigorosa pressione esercitata dalla domanda sui mercati potrebbe generare il terzo food rush degli ultimi dieci anni.

 

Le vicende del 2007 e del 2011 spinsero la comunità internazionale (in particolare i summit G-8 e G-20) a sollevare il problema e definire un quadro di condotta diffusamente condiviso. Il prossimo G-7, che sarà ospitato dall’Italia di qui a pochi mesi, potrebbe essere un’occasione per anticipare la discussione sugli effetti di uno scenario che contiene, per ora solo potenziali, minacce per la stabilità dei mercati alimentari mondiali.

 

 

 

 

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