4 Novembre
approfondimenti

Nel 2016 continua la crescita dell’export agroalimentare italiano, ma a ritmi più lenti del passato

di Denis Pantini

Nei primi sette mesi del 2016 l’export agroalimentare italiano registra una crescita dell’1,8%, trainato soprattutto dalle vendite oltre frontiera di olio d’oliva e prodotti lattiero-caseari, le cui rispettive performance all’estero ottengono un +6,7% e +4,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Al di là di questi due comparti, il resto dell’agroalimentare italiano non sembra brillare come gli anni passati in termini di esportazioni, con dinamiche che fino a questo periodo dell’anno risultano sottotono.

 

Rallentano i tassi di crescita dell’export agroalimentare

Negli ultimi cinque anni, vale a dire dal 2010 al 2015, i tassi medi di crescita annui dell’export agroalimentare italiano si sono attestati attorno ad un 6%. Nel 2015, il valore raggiunto di 36,8 miliardi di euro di esportazioni è stato determinato da una crescita del 7,4% rispetto all’anno precedente. Circoscrivendo poi tale aumento ai primi sette mesi, la variazione è risultata ancora superiore, vicina all’8%. Insomma, molto distante dall’1,8% messo a segno quest’anno.
Sebbene sia più corretto tirare le somme alla fine dell’anno, è indubbio che anche a fronte di rilevanti recuperi nei prossimi mesi (le prime indicazioni aggregate rilasciate dall’Istat nei giorni scorsi parlano di un agosto record pari a +12,3% misurato mese su mese, che porterebbe così l’export cumulato dei primi 8 mesi a +3,1%), i tassi di crescita messi a segno negli anni passati sembrano divenire un lontano ricordo.

 

Crescono le vendite oltrefrontiera di prodotti trasformati, si riducono quelle di derrate agricole

Mentre l’export di prodotti dell’industria alimentare aumenta del 2%, quello dei prodotti agricoli cresce solo dello 0,8%. Tuttavia, a parte olio d’oliva e prodotti lattiero-caseari, anche tra le fila dei prodotti trasformati tipici del “Made in Italy” non si registrano particolari risultati eclatanti: cala infatti l’export di pasta (-5,7%), ristagna quello delle conserve animali e vegetali ed aumenta leggermente quello del vino (+1,1%).

 

Tra gli acquisti dei Paesi emergenti recupera la Russia, ma cala la Cina

Sul totale delle nostre esportazioni agroalimentari, i Paesi dell’Unione europea incidono per circa i 2/3 del valore, lasciando il rimanente 33% ai mercati terzi. La ridotta dimensione media delle nostre imprese rendono quello comunitario un mercato di prossimità e quindi strategico per le esportazioni dei nostri produttori, sebbene i tassi di crescita economica dei paesi UE siano più bassi di quelli extra-comunitari, con evidenti impatti sullo sviluppo dei consumi alimentari e, di conseguenza, sulle opportunità di vendita per i prodotti italiani. In questo contesto, i primi sette mesi del 2016 evidenziano un recupero nell’export verso la Russia pari all’8,4%, integralmente sostenuto dalle vendite di prodotti agricoli (+170%, dato che per i prodotti trasformati più importanti come carne e caseari vige ancora l’embargo), mentre sembra arretrare la Cina (-13%), con l’eccezione dell’export vinicolo in crescita all’opposto del 10%. Tengono le vendite negli USA (+2,3%), ma calano in Giappone (-3,8%), mentre sul versante comunitario aumentano in Francia e Germania (poco sopra il 2%) e rallentano nel Regno Unito (meno dell’1%).

 

Riuscirà l’export agroalimentare a tagliare il traguardo dei 50 miliardi di euro nel 2020?

Al di là di queste tendenze ancora parziali, la domanda che a questo punto sorge spontanea è se l’agroalimentare italiano riuscirà, come nelle intenzioni del Governo, a raggiungere la fatidica soglia dei 50 miliardi di euro entro il 2020. Considerando il livello raggiunto ad oggi, per arrivare a questo traguardo economico, l’export dovrebbe crescere ad un ritmo del 6,3% annuo, una percentuale molto distante da quanto registrato in questo scorcio di 2016. Se infatti la crescita si attestasse su un tasso più ridotto e in linea con quanto messo a segno nei primi 8 mesi di quest’anno (circa il 3,5%), allora la soglia dei 50 miliardi di euro rischierebbe di essere superata – a parità di condizioni – solamente nel 2024.

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