5 Aprile

L’agricoltura ha bisogno del miglioramento genetico

Una legislazione da cambiare in tema di miglioramento genetico. Le piante ottenute tramite NBT (New Breeding Techniques) non possono attualmente essere coltivate in Europa, nonostante i grandi vantaggi che potrebbero offrire, in base a una normativa nata prima che queste tecniche venissero inventate

 

La conservazione e l’utilizzo della biodiversità è un obiettivo irrinunciabile; altrettanto cruciale è dotare le piante coltivate di quelle caratteristiche genetiche che li renderebbero in grado di contrastare l’attacco dei patogeni e il mutamento del clima. In sostanza, si tratta di rendere l’agricoltura moderna sostenibile e competitiva attraverso l’innovazione genetica.

 

Fino a non molti decenni fa l’unico metodo per creare nuove varietà migliori delle precedenti, per produttività, qualità o resistenze a malattie e parassiti, era il classico incrocio tra individui diversi, caratterizzato in genere da tempi lunghi e da risultati non garantiti.

 

Oggi la scienza ha aperto la strada per superare le limitazioni del miglioramento genetico tradizionale e rendere possibile il conferimento di caratteristiche di pregio con metodologie fino a poco tempo fa inimmaginabili.

 

Il funzionamento di queste metodologie è spiegato molto bene in un documento della SIGA (Società Italiana di Genetica Agraria): mediante le cosiddette NBT (New Breeding Techniques), e tra queste la più promettente è il genome editing, si può generare in una varietà coltivata una qualsiasi mutazione favorevole che sia stata individuata in individui selvatici o specie affini, senza introdurre nuovi geni e soprattutto evitando le «tradizionali» lunghe pratiche di incrocio e reincrocio utilizzate in tutte le forme tradizionali di agricoltura.

 

Con le NBT, sottolineano i genetisti italiani, l’unica mutazione introdotta è quella che si desidera ottenere.

 

Utilizzando gli incroci tradizionali è invece inevitabile che alla fine la nuova pianta contenga altre porzioni del genoma della specie donatrice oltre al gene che si desidera trasferire; questo anche dopo ripetuti re-incroci, ovviamente dispendiosi in termini di tempo e lavoro o quasi impraticabili nelle specie arboree che hanno tempi di generazione di diversi anni.

 

È infine importante considerare che per coltivazioni tipiche dell’agricoltura italiana, come ad esempio vite, olivo, agrumi, il normale incrocio distruggerebbe l’identità genetica e legale della varietà: nel vino, ad esempio, varietà resistenti ottenute con incrocio tradizionale non possono essere utilizzate per produrre vini doc o docg.

 

Un problema, questo, che il genome editing può evitare: un carattere che interessa può essere modificato senza alterare alcuna altra caratteristica che rende tipica o unica una varietà coltivata. In tal modo si può, ad esempio, ridurre l’uso di pesticidi in viticoltura introducendo nei vitigni tradizionali la resistenza a funghi parassiti, una caratteristica presente solo in alcune viti selvatiche: un esempio di come l’innovazione possa proteggere la tradizione.

 

Perché quindi non si usano queste nuove varietà?

 

Perché attualmente la normativa europea le considera ogm, nonostante l’intero mondo scientifico evidenzi che le cose non stanno così.

 

Nel luglio del 2018 la Corte di giustizia europea ha emesso una sentenza nella quale si dice che anche le varietà ottenute tramite NBT sono soggette alla direttiva del 2001 sugli ogm. La quale non vieta in modo assoluto l’utilizzo di queste piante, ma prescrive che siano soggette a particolari controlli da parte degli organismi UE preposti per ottenere il permesso di commercializzazione e coltivazione. In Italia e in altri Paesi l’effetto è che la coltivazione di ogni pianta ottenuta con NBT sia vietata, indipendentemente da ogni altra considerazione sulle loro effettive caratteristiche.

 

È infine importante sottolineare che, essendo spesso impossibile distinguere le varietà NBT da mutanti naturali o indotti con mutagenesi casuale, si creano ovvii problemi riguardo al rispetto delle norme: rischiamo di essere invasi da varietà prodotte altrove mediante NBT, senza avere la possibilità di identificarle come tali e di fatto senza poter competere.

 

Con questa sentenza, sottolinea la SIGA, l’Unione Europea lancia un messaggio di paura verso l’innovazione in agricoltura e sancisce l’assoggettamento di una formidabile tecnologia innovativa a una direttiva vecchia di 18 anni, ormai obsoleta e inadeguata, che non poteva prevedere ambiti non ancora esplorati dalla ricerca scientifica.

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