28 novembre
approfondimenti

La “terra dei fuochi”: realtà di un fenomeno amplificato oltre la sua dimensione geografica

di Fabian Capitanio

Il comparto agricolo e agroalimentare campano, dal 2013, si è trovato a fronteggiare un grande ostacolo, non legato alle ordinarie dinamiche economiche di mercato, bensì ingenerato da una narrazione mediatica che di fatto ha contribuito ad associare il fenomeno denominato “terra dei fuochi” con l’intera offerta agroalimentare campana. “Terra dei Fuochi”: è lo slogan che più è ricorso nei dibattiti ad ogni livello e che, fuori dal controllo degli operatori del comparto agroalimentare, si è riverberato come una mannaia sulla reputazione delle produzioni regionali.

 

La rilevanza del settore agroalimentare della Campania, che è una delle aree più produttive d’Europa, è tale che, malgrado quanto sia già stato narrato dai media di tutto il mondo, i danni procurati dalla questione “rifiuti”, merita ancora approfondimento per valutare, sia pure in via approssimativa, la natura delle sue origini, la portata delle conseguenze, il peso giocato dall’informazione, oltre al fallimento del rapporto fra Stato e società civile.

 

Terra dei Fuochi: entità del fenomeno

Una delle grandi contraddizioni dello sviluppo dell’umanità è quella di avere moltiplicato in modo esponenziale i sistemi economico-territoriali fragili e sempre più soggetti a fratture significative del proprio equilibrio ecologico e funzionale.

 

In Campania tale aspetto è stato di recente esasperato in maniera drammatica con la questione della famigerata Terra dei Fuochi. L’inquinamento ambientale che è derivato dai comportamenti illeciti di pochi (?), ha colpito innanzitutto la salute delle popolazioni, con effetti probabili anche sulle future generazioni.  Ma anche una parte vitale dell’economia regionale, che ruota attorno ai sistemi agroalimentari di una delle terre più fertili del mondo, penalizzata chissà ancora per quanto da un diffuso pregiudizio che non ha un reale fondamento.

 

C’è un punto fondamentale che è utile chiarire subito.
Il territorio nel quale l’inquinamento da rifiuti interrati si è palesato fino al 2013 come più grave, quindi, territori a “maggiore emergenza”, non comprende, evidentemente tutta la Campania. L’emergenza è sempre stata confinata ad un’area geografica limitata, a nord della città di Napoli, che ricade solo parzialmente nella sua provincia e in quella di Caserta. Si tratta, di un’area compresa fra 400 e 450 chilometri quadrati, pari a poco più del 3% del complessivo territorio regionale, che interessa circa 20.000 ettari di superficie agricola utilizzata (SAU) ovvero, circa il 3% della SAU della Regione. A sua volta, in quest’area, identificata come quella della “maggiore emergenza”, i terreni effettivamente occupati da discariche di rifiuti tossici e urbani, abusive e non, interrati e non, verosimilmente non occupano più di 1.000 ettari, meno dello 0,5%.

 

Problema diverso è quello dei terreni agricoli interessati dai roghi, con i relativi fumi inquinanti, che quotidianamente e illegalmente vengono appiccati ai cumuli di immondizia giacenti sugli stessi (ma anche lungo le strade confinanti). Quello dei roghi, da cui Terra dei Fuochi, è un problema molto grave dal punto di vista della sanità pubblica, perché concentrati in aree fortemente popolate del territorio (napoletano e casertano), ma che nulla c’entrano con l’agricoltura campana.

 

Il quadro appena raffigurato, indica aspetti salienti. Il primo è che è necessario distinguere l’ambito della discussione quando si parla di tragedia della Terra dei Fuochi. Un conto è parlare di danno economico per le aziende agricole, dove va evidenziato a chiare lettere che il problema maggiore è rappresentato dai rifiuti sversati e sotterrati in modo spesso illecito, un conto è parlare del dramma sociale e umano delle malattie di natura oncologica presenti in misura percentuale più alta rispetto al resto del territorio nazionale, dove il problema principale è verosimilmente quello dell’inquinamento dell’aria, e quindi dei roghi. Altro conto ancora è parlare di danni per l’ambiente e gli ecosistemi.

 

Tale puntualizzazione, non mira a sottovalutare il problema o a minimizzare i rischi della salubrità dei prodotti provenienti dalla regione Campania e, in particolare, dalle zone maggiormente inquinate. Mira, però, a riportare entro canoni non emotivi e di confronto i termini del problema. I numeri dicono che la quasi totalità della SAU campana non è inquinata.

 

La “bufala” della Terra dei Fuochi

Tuttavia, purtroppo, anche le produzioni provenienti dai territori non inquinati non sono immuni dalle ricadute negative generate dall’associazione alla “terra dei fuochi”.
Questa identificazione, agricoltura campana – Terra dei Fuochi, sta generando una perdita d’immagine, sui mercati regionali ed internazionali, che colpisce praticamente tutte le produzioni ed i servizi offerti dall’agroalimentare campano, sia provenienti dall’area di “maggiore emergenza” che da quella “non inquinata”.
Una “bufala” ha ucciso la mozzarella di bufala: questo è stato il risultato del corto circuito mediatico nel 2013, con un comparto che ha visto andare in fumo 50 milioni di Euro di fatturato, solo in parte recuperato negli anni successivi.
Nessuno ha dato mai risalto al fatto che su circa 23mila controlli effettuati, solo lo 0,8% presentavano delle difformità, che però non riguardavano aspetti sanitari, bensì, l’applicazione del Disciplinare di produzione.

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