14 Marzo

Imprese nell’incertezza. Tutti i rischi per l’agroalimentare di una Brexit senza regole

A fine marzo, salvo rinvii dell’ultimo minuto, dovrebbe concretizzarsi l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Una Brexit senza regole creerebbe gravi problemi agli inglesi ma anche all’export agroalimentare europeo e, in particolare, a quello italiano

 

Il prossimo 29 marzo dovrebbe diventare operativa la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, ma ancora non si sa con quali modalità e con quali regole. L’accordo che era stato raggiunto tra l’UE e il Governo di Theresa May è stato bocciato dal Parlamento inglese e quindi, al momento, non si può escludere una «hard Brexit», un’uscita senza regole.

 

Uno scenario molto preoccupante per tutti, considerando l’entità degli scambi commerciali tra Ue e Regno Unito.

 

Concentrando l’attenzione sull’Italia e in particolare sul settore agroalimentare, i numeri dicono chiaramente qual è la posta in palio: secondo i dati Istat, nel 2018 il nostro Paese ha esportato in Gran Bretagna prodotti agroalimentari per 3,4 miliardi di euro, e di questi 827 sono rappresentati dal vino.

 

Il mercato inglese, quindi, pur privilegiando il consumo di birra, rappresenta un’opportunità straordinariamente interessante per i vini e gli spumanti italiani, sia per la qualità, sia per l’interesse che suscita il made in Italy nel mondo anglosassone e ciò nonostante le accise sulle bevande alcoliche in Gran Bretagna siano tra le più alte rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea.

 

Considerando il volume degli scambi è naturale che i produttori italiani siano preoccupati delle conseguenze della Brexit: sia la filiera vitivinicola italiana, sia gli operatori inglesi confidano di poter continuare a realizzare i loro business in un mercato senza ostacoli, dando modo ai consumatori anglosassoni di poter fruire dei vini italiani che consumano abitualmente.

 

Ma, come detto, pesa su tutto l’incognita sulle modalità di uscita.

 

Qualche mese fa, quando un accordo sembrava probabile, il presidente dell’Unione Italiana Vini Ernesto Abbona aveva detto che «la speranza è che con l’accordo siano definiti scenari certi, perché le imprese possano investire in contesti economici stabili, nei quali le regole e le procedure siano chiare, consolidate e condivise. Pertanto, auspichiamo si giunga a un testo che assicuri un periodo di transizione di due anni. In generale, però, le aziende si abituino a pensare a Uk come a un Paese extra-UE».

 

Un importante operatore del settore vitivinicolo italiano esprime ancora ottimismo: «non sarà la Brexit a far smettere agli inglesi di apprezzare i nostri vini. Non credo, anche per gli operatori del Regno Unito, che sia conveniente un inasprimento delle accise che finirebbe con il deprimere i commerci. In sostanza non vedo un cambiamento sostanziale del mercato, a meno che non ci sia una hard Brexit che metta in crisi, anche solo temporaneamente, il sistema delle spedizioni e dell’approdo dei nostri vini nel Regno Unito».

 

In effetti, come ha sottolineato recentemente l’eurodeputato italiano, ed ex ministro, Paolo De Castro, l’eventuale uscita senza regole degli inglesi sarebbe un disastro a livello logistico, prima ancora che di dazi.

 

Ogni settimana attraversano la Manica decine di migliaia di Tir che, in assenza di un accordo sull’unione doganale, dovrebbero essere controllati uno per uno. È stato calcolato che, nella migliore delle ipotesi, si creerebbe una coda di 150 chilometri.

 

Tra i produttori italiani che già chi pensa a soluzioni nuove, almeno per i prodotti di primo prezzo, attrezzandosi con centri di imbottigliamento in Inghilterra, effettuando lì la fase finale delle lavorazioni.

 

Intanto si comincia a registrare un aumento dell’immagazzinamento da parte dei grossisti inglesi, non solo per il vino ma anche per altri prodotti agroalimentari. La Gran Bretagna, infatti, produce appena la metà del cibo che consuma ed è costretta pertanto a ricorrere alle importazioni dall’Unione Europea (30%), dalle Americhe (8%), dall’Africa (4%), dall’Asia (4%), da altri Paesi del mondo.

 

È quindi giustificato l’allarme lanciato dalle principali catene distributive sulle difficoltà di approvvigionamento alimentare in caso di mancato accordo.

 

Appare insomma del tutto condivisibile il commento sulla vicenda di Paolo De Castro: «il caos creato dal voto sulla Brexit è in realtà il miglior spot contro chi vorrebbe uscire dall’UE».

Cattolica Assicurazioni Soc. Coop.

codice fiscale/partita Iva 00320160237

Disclaimer IP | Privacy e Cookie policy