28 marzo
approfondimenti

Gestione del rischio in agricoltura e strumenti: confronto tra i diversi sistemi di intervento pubblico

di Fabian Capitanio

Introduzione

In considerazione della relazione diretta tra variabilità delle rese produttive e variabilità delle condizioni meteorologiche, esiste nel settore primario una domanda latente per strumenti privati di gestione del rischio. Tra questi strumenti, quello maggiormente conosciuto tra gli operatori del settore primario è senza dubbio l’assicurazione agricola.
Malgrado l’esistenza della domanda, però, l’implementazione di un mercato su larga scala per le assicurazioni agricole, in primis, è occorsa negli anni esclusivamente in virtù di cruciali supporti governativi.

 

Mercati assicurativi privati capaci di funzionare privi di sussidi pubblici sono rintracciati per il settore primario solo per rischi singoli (polizze monorischio, es. contro la grandine).

È chiaro come il mercato privato delle assicurazioni in agricoltura possa fallire a causa di insostenibili costi di mantenimento impliciti nel funzionamento dello stesso, in considerazione soprattutto della peculiarità del settore primario che non permette alle compagnie private di poter diversificare il rischio degli assicurati nell’ambito di portafogli concentrati su scala geografica (cosiddetto rischio sistemico).

 

Cosa assicurare: rese o reddito?

Un agricoltore che sceglie di sottoscrivere una polizza assicurativa intende, idealmente, avere la certezza circa i propri redditi futuri; da considerare, però, come molto frequentemente le assicurazioni agricole abbiano come oggetto la protezione di livelli di resa predeterminati, con riferimento contenuto nella polizza di un’area provinciale o regionale, che in realtà introducono elementi d’incertezza sui risultati reddituali futuri di un agricoltore.

 

Molto spesso, ancora oggi, si associa la garanzia di una stabilità del reddito aziendale con la garanzia di livelli di resa, e quindi di quantità. Tutti i sistemi di intervento pubblico Comunitari in tale ambito rendono agevolabili al sostegno le polizze che abbiano per oggetto le rese di campo e, quindi, incentivano la protezione della quantità prodotta da eventi atmosferici indesiderati.

Una lettura attenta dei sistemi di intervento pubblico in UE nella gestione del rischio in agricoltura, in particolare per Spagna, Italia e Francia, accomuna tutti verso questa peculiarità.

 

La genesi di tale assonanza non è difficile da comprendere; l’impianto costitutivo della PAC per decenni ha invero eliminato ogni rischio dal punto di vista del prezzo di mercato e, al limite, il rischio era proprio quello produttivo. Potremmo concludere, senza molto azzardo, che anche a distanza di qualche decennio dall’inizio del percorso di riforma della PAC, i vari Stati abbiano ancora la percezione, evidentemente distorta, che assicurare la quantità prodotta implichi stabilizzare il reddito.

 

L’esempio del mercato cerealicolo del 2016 certifica in maniera emblematica tale aspetto; al realizzarsi di quantitativi eccellenti, i produttori cerealicoli dell’UE hanno registrato cali bruschi di reddito in ragione di un prezzo di mercato molto basso rispetto all’aspettativa delle campagne precedenti.

 

Questa eventualità ha scoperto il fianco circa la fragilità e la povertà dell’offerta di strumenti di gestione del rischio di reddito in UE, laddove venga identificata la protezione della resa di campo con il reddito.

 

Tra l’altro, oltre che per i movimenti dei mercati internazionali, il prezzo oggi è una componente fondamentale del reddito anche in ragione della qualità delle produzioni. Molte aziende sottoscrivono contratti di filiera o, comunque, contratti di conferimento della produzione che prevedono regole sulla qualità della stessa produzione. Anche tale aspetto, quello della qualità, non è quasi per nulla garantito dall’attuale offerta assicurativa in UE.

 

Confronto UE-USA

Se poniamo lo sguardo ad un confronto tra i sistemi di UE e USA (ma anche Canada) nell’intervento pubblico nella gestione del rischio in agricoltura, risulta evidente la ricchezza delle opportunità che gli agricoltori nordamericani hanno rispetto a quelli Comunitari.

 

Nel primo caso, le aziende agricole hanno polizze in grado di garantire i loro ricavi, i loro redditi (ovvero i ricavi meno i costi variabili necessari per la produzione, che ad esempio, per gli allevatori possono rappresentare un problema rilevante) ed eventualmente i prezzi di vendita. Possono inoltre usufruire di pagamenti anticiclici. Il risultato è che ogni azienda agricola può scegliere lo strumento che meglio si ritaglia rispetto alle singole esigenze colturali, di mercato e geografiche. Tale personalizzazione porta evidentemente ad una percentuale assicurata nel Nord America molto superiore a quella registrata nei paesi UE (dove solo Spagna e Italia hanno un intervento pubblico degno di nota, con la Francia molto meno rilevante). È una scelta politica di fondo? Evidentemente sì, se consideriamo che nel Farm Bill (l’alter ego della PAC per gli Stati Uniti) impiega quasi per intero il suo budget di intervento verso la gestione del rischio di reddito.

 

In Europa qualcuno pensa che i pagamenti diretti possano in qualche maniera fungere da stabilizzatori di reddito; ma è un equivoco di fondo di cui forse si tende ad abusare per giustificare una tradizione di spesa volta a garantire soprattutto gli agricoltori del Centro Europa che notoriamente hanno una percezione ed esposizione rispetto al rischio inferiore ai produttori mediterranei.

 

Chissà se nel post 2020 anche la PAC possa essere immaginata e ripensata per sostenere gli agricoltori comunitari nelle loro sfide “nuove” aumentando il budget per strumenti per la gestione del rischio e, soprattutto, aumentando la libertà/possibilità dei Paesi membri e degli operatori di settori (compagnie in primo luogo) di mettere in campo nuovi strumenti.

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