7 marzo
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Finanza: come influenza i prezzi dei prodotti agricoli?

di Yari Vecchio

Come si formano i prezzi dei prodotti agricoli? Ecco una delle domande più frequenti tra gli attori del settore primario in materia di prezzi.

 

Borse merci, contratti di filiera, futures e finanza, sono queste alcune delle possibili risposte in grado di spiegare le dinamiche della formazione dei prezzi agricoli.

 

La telematizzazione delle Borse merci

A partire dal 2006, con la diffusione di internet, è stata creata la Borsa Merci Telematica (BMT), che sulla carta doveva rappresentare la soluzione ai problemi inerente al calcolo dei volumi scambiati. Attraverso di essa chiunque ha la possibilità di acquistare e vendere telematicamente tramite un software che registra tutte le transazioni. È sorto fin da subito un problema: solo una ridotta percentuale, circa il 10%, di prodotti, infatti, viene scambiata attraverso le borse merci, quindi è molto complicato quantificare i volumi complessivamente scambiati nel mercato. Inoltre, se le quantità risultano di difficile determinazione, anche il prezzo dello stesso prodotto può assumere valori diversi (ad esempio, il grano duro ha diversa quotazione a Milano, Bologna e Foggia).

 

Il 90% delle transazioni avviene tramite canali diretti, come gli accordi privati tra aziende e agricoltori per fissare il prezzo.

Un esempio è rappresentato dal pomodoro da industria: le aziende, nell’ambito di rapporti contrattuali prestabiliti, concordano in anticipo il prezzo per determinati livelli di qualità di prodotto.

 

Gli accordi privati hanno una ampiezza regionale, al massimo nazionale, ma ci sono fenomeni internazionali di portata maggiore che hanno un’influenza decisamente più grande sulla formazione dei prezzi.

 

Gli strumenti finanziari: i futures

Il settore primario non è rimasto immune dalla penetrazione della finanza nell’economia.

Lo strumento finanziario più utilizzato per le commodity agricole è il contratto future. Tale strumento regola la vendita e l’acquisto di un dato quantitativo di prodotto nel futuro e deve, inoltre, avere caratteristiche standard e grandi volumi di produzione, si pensi al mais, alla soia o al frumento.

 

Un esempio ci aiuterà a meglio comprendere il meccanismo.

L’azienda “Ortofrutta” prevede che a luglio 2017 avrà prodotto 40 quintali di frutta. Potrebbe aspettare il raccolto e vendere a luglio, ma preferisce mettere la “previsione” di produzione sul mercato, tramite l’utilizzo di un future. Un ipotetico compratore (potrebbe essere un ingrosso di ortofrutta), che avrà bisogno della produzione dell’azienda “Ortofrutta”, potrà acquistarla oggi concordando il prezzo. Così facendo, l’azienda si assicura di avere un compratore a luglio 2017 e l’ingrosso di avere la fornitura necessaria di frutta.

 

Così sono nati i futures, una sorta di accordo per la vendita futura. Nulla di nuovo, anzi, accordi del genere (meno strutturati) risalgono a civiltà antiche come quella Sumera.

Nel corso del tempo, tuttavia, questi contratti hanno assunto un valore diverso: se il grossista ha comprato il future a 50 euro e subito dopo il prezzo della frutta sale a 70 euro può decidere di vendere il proprio contratto trattenendo come guadagno la differenza. Così facendo si trasferisce una logica tipica dei mercati finanziari anche nella contrattazione delle commodity: la speculazione.

 

I centri mondiali più importanti di scambio dei futures sulle commodity sono Chicago (Chicago Board of Trade – CBOT), Londra (London International Financial Futures and Options Exchange – LIFFE) e Mumbai (Bombay Stock Exchange – BSE Ltd.).

La contrattazione avviene in pochi secondi, a seconda dell’ampiezza dello spread tra domanda e offerta, per sfruttare la volatilità dei prezzi. Tale volatilità è dettata da vari fattori, come ad esempio le notizie sui raccolti e i cambiamenti climatici che stanno influenzando le produzioni, ma anche dai movimenti in acquisto e vendita dei grandi fondi di investimento.

 

La speculazione in sé non è un danno per i prezzi, anzi può rappresentare la soluzione alla mancanza di liquidità in mercati che, per la forte settorialità (come ad esempio il cotone), non hanno molte contrattazioni. Diventa un problema quando viene utilizzata per ottenere profitti influenzando fortemente la dinamica dei prezzi.

 

Ad esempio, se un fondo di investimento cinese acquisterà rilevanti quantitativi di grano farà schizzare i prezzi dei futures (e della materia prima), andando a rappresentare un vantaggio per l’agricoltore. Ma cosa succede quando il fondo venderà tutti i suoi contratti? Parallelamente, il prezzo crollerà.

 

Nel 2014 la Turchia, leader mondiale delle produzioni di nocciole, ha annunciato un crollo delle produzioni; nonostante ci si aspettasse un innalzamento dei prezzi all’annuncio ufficiale, ciò non è accaduto, poiché i futures nel corso dell’anno avevano fatto innalzare lentamente il prezzo, così che il mercato non si è trovato “sorpreso” dallo shock causato dalle news provenienti dalla Turchia.

 

Ma in pratica come operano i futures? Nel caso in cui si comprasse un future con scadenza prevista a luglio e si aspettasse questo termine, chi potrebbe ritirare la merce? La risposta è più semplice del previsto: chi ha messo sul mercato il future. Nella pratica, in sintesi, vengono stipulati contratti uguali di segno opposto (acquisto e vendo lo stesso future) che portano quindi l’operazione a zero.

 

Tutto ciò è legale? Sì.

 

I critici sono convinti che tale sistema crei un mercato in grado di influenzare le quotazioni dei prodotti agricoli, ma che paradossalmente non ha nulla a che fare con il sottostante (il prodotto agricolo appunto). Sono i prezzi dei contratti futures a influenzare i prezzi dei beni reali e non viceversa. In Svizzera, un movimento popolare ha chiesto di vietare la speculazione sulle derrate agricole. Stesso discorso negli USA, dove le banche di investimento sono state invitate ad un atteggiamento più etico, che evitasse di provocare grandi oscillazioni per meri scopi speculativi.

 

Per i sostenitori dei futures questi possono rappresentare uno strumento chiaro e di semplice utilizzo per tutelarsi dalle oscillazioni dei prezzi. Se una cooperativa vendesse, al momento della semina del mais, il suo raccolto a 100 euro, con un contratto future, e successivamente il prezzo scendesse a 90, si sarebbe tutelata scaricando sull’acquirente (o lo speculatore) il rischio.

 

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