18 Luglio

Export ortofrutticolo da rilanciare prima che sia troppo tardi

Produttori italiani in difficoltà. Logistica inefficiente, alti costi di produzione, insufficiente livello di aggregazione dei produttori e scarso appoggio politico per aprire nuovi mercati sono i fattori che frenano la corsa delle imprese italiane all’estero.

 

L’Italia ha perso da tempo la posizione di principale esportatore ortofrutticolo in Europa e il trend di anno in anno è in negativo.

 

Oggi è la Spagna che detiene saldamente la leadership continentale. Basti pensare che nel 2018 il Paese iberico ha commercializzato 12 milioni di tonnellate di prodotti ortofrutticoli (7 milioni di frutta e 5 di ortaggi) per un valore complessivo che sfiora i 13 miliardi di euro, mentre l’Italia solo 3,39 milioni di tonnellate per un fatturato complessivo di 4 miliardi di euro, un valore inferiore a quello dell’anno precedente (4,3 miliardi di euro). E il 2019 per la Spagna registra già nuovi incrementi: secondo i dati elaborati dall’associazione Fepex, da gennaio ad aprile le esportazioni di frutta e verdura sono cresciute sia in volume (+8%) sia in valore (+6%) rispetto allo stesso periodo del 2018.

 

In questo settore, se vuole restare competitivo, il nostro Paese deve decisamente cambiare passo, pena un declino irreversibile. Quali allora le direttrici da seguire per guardare al futuro con rinnovato ottimismo?
Secondo molti autorevoli operatori, gli interventi da mettere in campo con urgenza fanno capo a tre ambiti diversi: un miglioramento dell’efficienza delle infrastrutture, soprattutto logistiche e tecnologiche, una maggiore aggregazione dei produttori per aumentare il potere contrattuale delle imprese nei confronti degli operatori commerciali; un concreto ed efficiente supporto alle imprese che vogliono esportare da parte dei ministeri competenti.

 

Riguardo a quest’ultimo fattore si sta facendo non a caso sempre più insistente l’appello delle imprese italiane al Governo di lavorare per aprire nuovi mercati di sbocco, superando le barriere fitosanitarie che ancora impediscono l’accesso a Paesi importanti, come ad esempio Vietnam e Giappone. Perché non va dimenticato che l’ortofrutta italiana si trova ancora a fare i conti con gli effetti dell’embargo russo. Da quando, nel 2014, non è più possibile commercializzare in Russia, Paese strategico sia per dimensioni (parliamo di 150 milioni di consumatori) sia per essere distante solo pochi giorni di viaggio dall’Italia, alle nostre imprese è venuto a mancare un mercato di sbocco fondamentale, ancora non sostituito con altri.
Il Giappone, ad esempio, è uno dei mercati più allettanti per l’esportazione del kiwi, eppure sono 12 anni che l’Italia attende di essere accreditata, mentre Cile e Nuova Zelanda possono già tranquillamente esportare. Una situazione che sembra proprio non riuscire a sbloccarsi, nonostante il forte pressing esercitato nei mesi scorsi sia dal commissario all’agricoltura europeo, Phil Hogan, sia dal ministro delle politiche agricole, Gian Marco Centinaio.

 

Se la Spagna esporta il triplo dell’Italia, una buona parte del vantaggio delle loro imprese è legato a una logistica assai migliore di quella italiana. Gli spagnoli esportano cioè maggiori volumi a costi di gran lunga minori a quelli italiani e con tempi assai inferiori.

 

Per quanto riguarda i costi, il disequilibrio esistente tra Italia e altri Paesi esportatori non si limita alle tariffe di trasporto, al costo del gasolio, delle autostrade e delle operazioni annesse, ma si estende a tutta la produzione, con valori superiori in termini di manodopera, energia elettrica e tasse. In altre parole, a parità di prodotto la struttura dei costi della Spagna, ma anche della Grecia, altro nostro temibile competitor, è notevolmente inferiore, secondo alcune stime addirittura del 25%.

 

Oltre alle criticità già accennate c’è anche il problema dalla polverizzazione aziendale, che non permette all’ortofrutta nazionale adeguate economie di scala.

 

Il livello di aggregazione raggiunto dalla produzione italiana è ancora insoddisfacente, nonostante le 315 organizzazioni dei produttori oggi esistenti arrivino a rappresentare fino al 60% del prodotto. Molte risultano ancora troppo piccole e incapaci di fare sistema, perché spesso in competizione tra loro. Anche le stesse cooperative difficilmente riescono a far sistema tra loro, perché è più facile che si pongano in una posizione competitiva.

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