3 Maggio

Enoturismo: fatturato statico e poche sinergie tra territori

L’Osservatorio di Città del Vino e dell’Università di Salerno stima, annualmente, 14 milioni di accessi per enoturismo, tra escursioni e pernottamenti, per un giro d’affari di 2,5 miliardi di euro. Ma l’Italia è in ritardo rispetto ad altri paesi; gravi le carenze infrastrutturali. 

 

Si può fare di meglio. Non solo meno finanza, ma anche più internazionalizzazione. Le imprese hanno imparato la lezione della Grande recessione del 2008-2009, la peggiore dal Dopoguerra ad oggi: se c’è export c’è sviluppo e vitalità e la “C” di crisi resta un ricordo lontano.

 

Il caso più eloquente, nell’agroalimentare, è quello del vino che all’estero ha superato ormai stabilmente i 6 miliardi di euro di fatturato. Sono 6,2 miliardi, per la precisione, quelli consuntivati dall’Istat nel 2018, quasi il doppio rispetto ai 3,5 miliardi della fotografia scattata dieci anni fa.

 

Un successo frutto di un mix di ingredienti: qualità dei prodotti, logistica e innovazione, solo per citarne alcuni. Senza dimenticare che sulla competizione internazionale un ruolo straordinario lo sta giocando, e lo giocherà in futuro, anche il turismo, con quello del vino riconosciuto ormai stabilmente come uno dei segmenti più promettenti dell’offerta turistica del Paese.

 

L’Osservatorio di Città del Vino e dell’Università di Salerno stima, annualmente, 14 milioni di accessi enoturistici tra escursioni e pernottamenti, per un giro d’affari di 2,5 miliardi di euro, considerando l’intera filiera enoturistica.

 

Numeri incoraggianti, anche se stazionari, quelli riportati nel XV Rapporto sul Turismo del Vino in Italia, che restano però molto al di sotto dei potenziali per i ritardi infrastrutturali, denunciati a gran voce dai comuni, e per la scarsa propensione all’aggregazione territoriale che limita le opportunità di sinergia.

 

Nel 2018 l’Italia ha recuperato in cantina i volumi che si erano persi nel 2017, a causa delle difficoltà climatiche, in particolare delle gelate e della siccità, tornando a una produzione attorno ai 50 milioni di ettolitri, la più rilevante su scala globale.

 

Eppure, nonostante gli splendori paesaggistici e la ricchezza del patrimonio artistico e culturale del Belpaese (l’Italia vanta il maggior numero di siti Unesco al Mondo), ci sono nazioni come Usa, Australia e Nuova Zelanda, e più di recente anche Cile e Argentina, che con l’enoturismo muovono numeri più significativi. Si consideri che la sola Nuova Zelanda realizza, con le visite nei vigneti e in cantina, un fatturato di 3,8 miliardi di dollari l’anno e che gli oltre 712.000 enoturisti internazionali prolungano di 6 giorni, in media, la permanenza nel Paese, visitando 4,6 territori, anziché 3,5 di media.

 

Tornando all’Italia, l’ultima indagine di Città del Vino rivela ancora diffuse carenze nella formazione del personale e nella promozione e comunicazione. Come accennato, la qualità delle infrastrutture di collegamento, in particolare la rete stradale, è giudicata inadeguata o insufficiente, ma 6 comuni su 10 non dispongono di un Ufficio turistico locale, né sono in grado di fornire stime ragionate sulle presenze.

 

Un altro aspetto da considerare è che il turista del vino in Italia, dal sondaggio esplorativo, si conferma prevalentemente escursionista, effettuando visite in cantina senza pernottamenti sul luogo.

 

Nel ranking regionale la Toscana resta la meta di enoturismo più attrattiva d’Italia, con quasi la metà delle preferenze globali, seguita da Piemonte, Trentino-Alto Adige e Campania.

 

In media – rivela ancora l’analisi di Città del Vino – la spesa si aggira attorno a 85 euro per gli escursionisti e a 160 euro per i turisti, a livello di servizio complessivo, considerando quindi viaggio, vitto, alloggio, acquisto di bottiglie in cantina e acquisto in loco di prodotti tipici.

 

Interessante anche il profilo tracciato da una recente indagine Nomisma-Wine Monitor presentata nell’ultima edizione del Vinitialy, che identifica l’enoturista-tipo con un soggetto ad alto reddito, residente in una grande città, non appartenente a una specifica generazione, anche se in prevalenza Millennials (persone di età compresa tra i 18 e i 38 anni).

 

Solo il 18% degli intervistati – aggiunge l’indagine – si dichiara disinteressato a un’esperienza enoturistica, ma solo il 5% ha programmato una visita in cantina entro quest’anno. L’analisi conferma il primato della Toscana, tra le mete preferite, e il secondo miglior piazzamento del Piemonte, rivelando in prospettiva buoni potenziali di crescita anche per Veneto, Sicilia, Friuli Venezia-Giulia e Puglia.

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