7 novembre
approfondimenti

Climate change e produzione di vino in Francia e Italia

di Fabian Capitanio

Introduzione

Abbiamo già scritto che il pianeta è “affamato di acqua”. Abbiamo tracciato degli scenari di massima che prevedono un impatto significativo del clima cambiato, e in cambiamento, sui sistemi agricoli italiani e mondiali. Proviamo ora a focalizzare lo sguardo sul comparto vitivinicolo e sulla concorrenza in questa prospettiva di due colossi: Italia e Francia.

Negli ultimi decenni in gran parte delle zone viticole mondiali, l’uva da vino ha accelerato il suo avanzamento delle fasi fenologiche e questo a causa dell’innalzamento delle temperature. Capire in modo chiaro come i cambiamenti climatici influiscano sui tempi di raccolta, tuttavia, ha necessitato un esame approfondito e in una prospettiva a lungo termine. Tali considerazioni di natura agronomica e la relazione del clima sulle fasi fenologiche delle uve, non ci deve distogliere dall’impatto che queste questioni avranno sulle aree rurali e sul tessuto sociale delle campagne europee.

 

Clima e produzione in Francia

Nel 2013, un climatologo Americano pubblicò uno studio negli atti della “National Academy of Science Journal“, predicendo la scomparsa dei vigneti francesi. Scrisse che i vini della regione di Bordeaux sarebbero scomparsi a causa delle temperature in aumento. Anche se magari troppo catastrofico ed avventato dal punto di vista della prospettiva, almeno nel medio termine, questi interrogativi riconoscono che, in futuro, la mappa mondiale del vino apparirà diversa da com’è oggi. In molte aree del mediterraneo i vini sono già cambiati tanto che non è raro trovare vini con un contenuto di alcool vicino al 15%. Sin dai primi anni ’80, i vini della Languedoc hanno guadagnato l’1% di alcool in più ogni 10 anni, passando da una media dell’11% ad una del 13%. In alcune zone sembra inevitabile arrivare alla soglia del 15%, anche se esistono delle tecniche di vinificazione per contenere questi effetti, avvicinando la produzione francese (se guardiamo il contenuto alcolimetrico) ai vini già prodotti in Australia, Sud Africa e Argentina.

Il cambiamento del clima sta cambiando le pratiche colturali; ad esempio, per assicurarsi che l’uva non si ossidi, molti vinificatori raccolgono durante la notte. Le fasi di crescita si susseguono più rapidamente e questo vale per la germogliazione e la fioritura, ma anche per la fase di raccolta.

 

La Francia non produrrà più (pare) uve pinot nero, visto che in Borgogna non sarà più possibile coltivarlo. Il Bordeaux perderà il cabernet sauvignon e il merlot e lo Champagne cederà la sue note frizzanti al sud dell’Inghilterra.
Ciò che appare certo è che nel 2050 non si produrrà lo stesso vino prodotto oggi e che i bianchi avranno capacità di adattamento diverso rispetto ai neri. Quanto questo possa incidere sulla competitività del settore francese è tutto da verificare.
Nel 2015, intanto, in Francia la produzione complessiva si è attestata intorno ai 47 milioni di ettolitri con un calo superiore al 5% rispetto al 2006 (se consideriamo gli ultimi 10 anni); a conferma di quanto descritto, particolarmente rilevante è risultato il calo in Beaujolais (-25 %) e la Bourgogne (-11 %) a causa del caldo eccessivo, fuori dal trend climatico registrato storicamente per tali aree.

 

L’Italia

Anche l’Italia non verrà risparmiato dal cambiamento climatico, con un anticipo medio della fioritura di otto-dieci giorni e rischio di vini più alcolici non molto amati dal mercato. Del resto, il 2016 è stato, dopo il 2003, l’anno con la vendemmia più precoce dal dopoguerra. In Trentino, nella Val di Cembra, ad esempio, per mantenere freschezza e acidità ai vini base spumante, le uve chardonnay e pinot nero vengono spostate fino a quota 600 metri. Più in generale, ogni regione vedrà modificate le condizioni climatiche ed agronomiche in maniera sostanziale; basti pensare, a titolo di esempio, allo spostamento più a nord di centinaia di chilometri paventato per l’attuale “zona del Chianti”.

L’Italia rischia anche la scomparsa nei bianchi di sentori floreali per una prevalenza di aromi tropicali, o di frutta matura. Vini come l’Amarone parrebbero avvantaggiati, mentre sembra complicato mantenere l’acidità delle uve destinate alla produzione di spumanti, Champagne e Prosecco.

 

Dal punto di vista produttivo, l’Italia sorpassa la Francia è diventa il primo produttore mondiale di vino con un quantitativo di produzione stimato a circa 49 milioni di ettolitri. Riferendoci sempre agli ultimi 10 anni, rispetto quindi al 2016, comunque si è registrato un calo produttivo su base nazionale pari circa al 3%. Tale dato, diventa più interessante se consideriamo come a fronte di una crescita del nord del paese per lo stesso periodo pari al 3,7%, il centro e sud Italia hano visto scendere la produzione, rispettivamente, del 6% e dell’1%.

 

Considerazioni di scenario

Un problema importante, e sottovalutato, è la distinzione tra clima e meteo. Mentre il meteo può essere in qualche maniera gestito nelle sue forme indesiderate (reti, irrigazione, assicurazione ecc.), il clima sta cambiando il paradigma produttivo imponendo dei vincoli produttivi finora ignoti.
E questo vale per la Francia come per l’Italia.

 

La regimentazione delle acque per far fronte alle sempre più frequenti precipitazioni di natura tropicale sono oggi un problema fondamentale ed ineludibile da affrontare, soprattutto quando i terreni diventano molto aridi per le temperature sempre più elevate. L’irrigazione diventa un aspetto cruciale non più per conservare la quantità della raccolta, ma per preservare la qualità della produzione. In prospettiva, per far fronte al cambiamento climatico servirà anche una “genetica di soccorso”, oltre che un ripensamento dei disciplinari di produzione da parte dei Consorzi con un rialzo delle rese.
Più in generale, bisogna riorganizzare filiere e territori, in un modo tutto da immaginare.

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