21 novembre
approfondimenti

Cambi valutari e quotazioni agricole. Quali segnali per il futuro

di Felice Adinolfi e Yari Vecchio

Le quotazioni agricole sono influenzate da molteplici fattori. Oltre alle dinamiche evolutive di domanda e offerta, che restano fondamentali, nella determinazione dei prezzi, una serie di altre variabili condizionano, infatti, il corso delle quotazioni agricole.
Alcune di queste sono da tempo sotto i riflettori non solo degli operatori ma anche dell’opinione pubblica, anche se il loro contributo alla formazione dei prezzi resta ancora dubbio. È questo ad esempio il caso dei fenomeni cosiddetti speculativi, che durante i drammatici rialzi dei prezzi sperimentati nel 2007 e poi nel 2011 sono stati additati tra i principali responsabili delle turbolenze dei mercati registrate in quei frangenti. Altre variabili, come quelle legata agli andamenti climatici, hanno, invece, un riverbero su quantità e qualità. Altre ancora, pur se spesso trascurate nel dibattito, influenzano tanto nel breve che nel lungo periodo le quotazioni internazionali dei prodotti agricoli, come delle altre commodities.

 

Ci riferiamo in particolare ai tassi di cambio che, soprattutto, per i prossimi anni, sembrano destinati ad essere più determinanti che in passato. L’apprezzamento del dollaro Usa rispetto alle alte valute (in particolare rispetto all’euro e alle valute dei cosiddetti paesi emergenti) ha del resto giocato un peso significativo già nel corso del 2015 e del 2016. Secondo molti analisti i tassi di cambio sono destinati, nel prossimo futuro, a svolgere un ruolo inedito nella formazione dei prezzi agricoli. Rabobank, leader mondiale nei servizi di credito rivolti all’agribusiness , è stata tra i primi a sottolineare il ruolo giocato sui mercati agroalimentari dal rafforzamento della divisa a stelle e strisce. Un campanello fatto suonare dal colosso bancario olandese nella relazione annuale di fine 2015 e che sembra essere destinato a trovare sempre maggiori conferme. Il fatto che la crescita di nuovi player mondiali abbia spostato buona parte della produzione mondiale fuori dai confini statunitensi e il ruolo storicamente rivestito dal dollaro come valuta di riferimento internazionale si stanno rivelando determinanti in questa direzione. In particolare l’apprezzamento del dollaro sta spingendo l’espansione produttiva in molti Paesi emergenti come Russia, Brasile e Argentina. Grandi player del sistema agroalimentare globale che probabilmente pagheranno spinte inflattive interne consistenti nei prossimi anni, ma che hanno tutto l’interesse a capitalizzare le opportunità offerte dai tassi di cambio favorevoli attraverso un aumento della capacità produttiva.

 

Questa tendenza trova conferma nel recente Outlook curato da FAO e Banca Mondiale sulle prospettive dell’agricoltura mondiale che fa emergere il riverbero della debolezza relativa di monete come il renmimbi cinese, il peso argentino e il real brasiliano. Proprio il Brasile sembra sembra essere destinato a trarre i maggiori benefici da questa situazione approfittando dei rialzi, che si sono già in parte consumati nell’arco del 2016, che stanno interessando caffè, soia e zucchero. Ma anche la produzione di soia in Argentina pare destinata a crescere rapidamente nei prossimi anni, come le esportazioni cerealicole di Russia e Ucraina rese più competitive dall’allargamento della forbice tra dollaro e rublo.

 

Sul fronte della domanda le cose, potrebbero, invece complicarsi. Ulteriori svalutazioni del renmimbi rispetto al dollaro potrebbero ulteriormente frenare la crescita della domanda interna cinese e alcune conseguenze sono già evidenti, come la progressivo effetto sostituzione tra il consumo di zucchero e quello di prodotti alternativi più economici come alcune tipologie di fruttosio.

 

Dal 2014 ad oggi il dollaro si è rafforzato di circa il 20% rispetto ai più importanti partner commerciali degli Stati Uniti. Quanto questa tendenza troverà conferma nel prossimo futuro dipende da molteplici fattori, ma sicuramente questo sarà uno dei fenomeni più impattanti tanto sull’offerta che sulla domanda dei paesi emergenti.

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