1 marzo

Arrivano le tutele contro le pratiche sleali nella filiera agroalimentare

Una direttiva dell’Unione europea ha definito una serie di comportamenti scorretti che d’ora in avanti dovranno essere esclusi dai rapporti commerciali. Nella prima settimana di marzo la plenaria dell’Europarlamento di Strasburgo darà il via libera definitivo alla direttiva Ue contro le pratiche sleali nella filiera alimentare.

 

Cosa sono? Pagamenti ritardati, cancellazione all’ultimo minuto di ordini per prodotti deperibili, mancanza di chiarezza sulle condizioni di fornitura di prodotti che poi finiscono in promozione, e così via.

 

A causa della struttura della filiera alimentare, con milioni di agricoltori che vendono i loro prodotti a centinaia di migliaia di aziende della trasformazione, o direttamente a poche centrali d’acquisto della grande distribuzione organizzata, questo tipo di comportamenti scorretti non sono rari e nella grande maggioranza dei casi vedono vittime i produttori agricoli.

 

Venti paesi, inclusa l’Italia, hanno già una legislazione nazionale per combattere queste pratiche. Ma la legge adottata dal Parlamento nel 2012 non ha funzionato, con sole tre indagini in sette anni.

 

La direttiva europea è l’occasione per aggiornare e migliorare il quadro legislativo italiano. Suddivide tutti gli operatori della filiera alimentare in 6 categorie in base ai loro livelli di fatturato (da 0 a 2 milioni di euro, da 2 a 10 milioni, da 10 a 50 milioni, da 50 a 150 milioni, da 150 a 350 milioni, da 350 milioni in poi).

 

Ogni fornitore sarà protetto da pratica sleale nel caso in cui il proprio acquirente rientri in una classe di fatturato superiore. In Italia, questo si traduce nella tutela di tutte le aziende agricole e di oltre il 99% di quelle alimentari.

 

Fermo restando che il legislatore nazionale può aggiungere altre pratiche sleali all’elenco previsto dalla direttiva, in Europa saranno vietati:

 

  • i ritardi nei pagamenti per i prodotti deperibili (oltre i 30 giorni) e non deperibili (60 giorni),
  • le modifiche unilaterali e retroattive dei contratti di fornitura,
  • la cancellazione degli ordini di prodotti deperibili con breve preavviso,
  • il pagamento per il deterioramento dei prodotti già venduti e consegnati all’acquirente,
  • l’imposizione di pagamenti per servizi non correlati alla vendita del prodotto agricolo e alimentare,
  • il rifiuto di concedere un contratto scritto se richiesto dal fornitore,
  • l’abuso di informazioni confidenziali del fornitore da parte dell’acquirente,
  • le ritorsioni commerciali o anche solo la minaccia di ritorsioni nel caso in cui il fornitore si avvalga dei diritti garantiti della direttiva,
  • il pagamento da parte del fornitore per la gestione dei reclami dei clienti non dovuti alla negligenza del fornitore stesso.

 

Si identificano inoltre altre pratiche, sleali quando applicate senza un accordo, ma che possono essere accettabili o addirittura desiderabili se sono precedentemente concordate, in modo chiaro e univoco, tra le parti. Questo secondo gruppo comprende:

 

  • la restituzione di prodotti invenduti o sprecati,
  • il pagamento di costi per l’immissione sul mercato del prodotto, di immagazzinamento, di esposizione o inserimento in listino dei prodotti alimentari,
  • il pagamento per spese promozionali,
  • il pagamento per spese pubblicitarie,
  • il pagamento per i costi di advertising, il pagamento per la gestione del prodotto una volta consegnato.

 

La direttiva, frutto di 10 anni di dibattito, riflette la nuova centralità che le politiche agricole europee danno alle filiere. Un’evoluzione che ha ragioni politiche ed economiche. Terminata l’era del sostegno ai prezzi e quella dei grandi apparati di governo dell’offerta, vedi quote latte e zucchero, le aziende agricole sono più libere di seguire o anticipare il mercato, ma sono anche molto più vulnerabili a shock di carattere climatico, veterinario, fitosanitario e anche politico, come dimostrato dall’embargo russo.

 

L’Ue ha quindi iniziato a proporre misure per valorizzare il ruolo dei produttori agricoli e delle loro organizzazioni, anche in deroga ai principi della concorrenza (come la programmazione produttiva dell’offerta riconosciuta ai formaggi Dop nel pacchetto latte del 2012), a rafforzare queste deroghe e l’incentivo all’aggregazione con il regolamento cosiddetto omnibus, a ‘entrare’ nelle relazioni contrattuali e di filiera per vietare le pratiche sleali.

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