11 aprile

Ancora troppi ostacoli per l’agroalimentare in Cina

Con il progetto della «Via della Seta» la sfida più grande sarà la rimozione delle barriere al commercio con la Cina. Brand e upgrading qualitativo, ma anche reti distributive e rapporti privilegiati con gli operatori locali faranno la differenza nei prossimi anni.

 

Strano a dirsi, ma nei rapporti bilaterali con la Cina anche l’agroalimentare, settore di punta del made in Italy, chiude i conti in passivo. Sono 155 milioni di euro che Pechino avanza dal nostro Paese, basandosi sui dati del 2018. Anche se ad oggi, rispetto alla fotografia di inizio decennio, la forbice si è quasi chiusa, grazie al diverso ritmo di marcia tra l’export, che oltre la Grande Muraglia è più che raddoppiato in otto anni, e le importazioni che sono è invece cresciute meno del 20%.

 

Il «Memorandum of Understanding», l’accordo siglato tra Italia e Cina nell’ambito del progetto della «Via della Seta» e dell’iniziativa per le vie marittime del XXI secolo, punta a rafforzare il dialogo sulle politiche, a sviluppare sinergie nei trasporti, logistica e infrastrutture, ma soprattutto a rimuovere le barriere al commercio e agli investimenti. Nota dolente, quest’ultima, dal momento che le complesse e interminabili operazioni doganali, per il sovraccarico di burocrazia imposto dalle autorità di Pechino, rappresentano ancora un grave ostacolo di natura non tariffaria, soprattutto nel settore agroalimentare, zavorrato anche dai rigidi protocolli sui requisiti fitosanitari e da norme complesse in materia di etichettatura dei prodotti.

 

Da un’analisi dell’ufficio studi della Cia-Agricoltori Italiani, basata sui dati Istat, con un assegno di 127 milioni di euro, su un totale di 440 milioni, il vino è il prodotto dell’agrifood tricolore più esportato e apprezzato dai consumatori cinesi.

 

Valgono più di 33 milioni di euro le esportazioni del comparto lattiero-caseario, mentre gli oli d’oliva, che nella lista occupano la terza posizione, sviluppano sul mercato cinese un giro d’affari di quasi 27 milioni.

 

In area «top» ci sono anche ortofrutticoli, carni trasformate, caffè e pasta che insieme rappresentano circa un quinto del fatturato totale. Un settore, quello agroalimentare, sbilanciato sul food & beverage lavorato, con il peso delle referenze agricole che, anche per problemi di distanza, non arriva al 10%.

 

Il made in China, costato all’Italia 595 milioni di euro nel 2018, mostra un maggiore equilibrio tra le due componenti. Ma tra i prodotti del settore primario riveste un ruolo prioritario il non-food, con animali e pelli da pelliccia che muovono un giro d’affari di oltre 197 milioni di euro.

 

Dal Gigante asiatico l’Italia importa anche ortaggi e frutta trasformati, staccando un assegno di oltre 100 milioni di euro, e prodotti ittici che, tra pesci, crostacei e molluschi, generano un controvalore di 97 milioni. Di un certo peso anche gli arrivi di cereali, legumi e semi oleosi.

 

In prospettiva – osserva Sace, società di Cassa depositi e prestiti (Cdp) specializzata nell’assicurazione alle esportazioni – la Cina avrà un ruolo crescente tra le geografie trainanti per l’export italiano, soprattutto nel settore agroalimentare. Brand e upgrading qualitativo, ma anche reti distributive e rapporti privilegiati con player locali faranno la differenza. Anche se il rischio di un’escalation protezionistica nel braccio di ferro tra Usa e Cina potrebbe estendersi all’Europa e all’Italia, peggiorando una situazione già compromessa dai circa 3.300 strumenti di policy adottati dai governi extra-Ue nell’ultimo decennio, che hanno danneggiato gli interessi commerciali dei Paesi Ue.

 

I numeri restano comunque l’inconfutabile evidenza del potenziale del Dragone, considerando che negli ultimi cinque anni gli acquirenti di cibo e bevande nel Paese sono raddoppiati, il numero dei «super ricchi» è arrivato a 1,3 milioni di individui e i consumi di massa, conseguenti alla progressiva urbanizzazione e alla nascita di megalopoli, sono ormai un fenomeno consolidato.

 

L’agroalimentare – spiegano ancora gli esperti di Sace – sarà, nella prospettiva dei prossimi quattro anni, il comparto di maggiore traino all’estero, con un tasso medio annuo di crescita del 9% a livello globale e del 12% sul mercato cinese.

 

Un ruolo strategico lo avranno la grande distribuzione organizzata, gli hotel di lusso, la ristorazione e il catering.  Con buone prospettive nell’agroalimentare anche dalle piattaforme di e-commerce, già oggi molto diffuse in Cina nel segmento dei prodotti di fascia alta, sia nazionali che esteri. Un canale che offrirà valide chance soprattutto alle piccole e medie imprese, più orientate ai mercati di nicchia e alla qualità dei prodotti, ma strutturalmente penalizzate nei rapporti con i buyer locali e le grandi catene distributive.

 

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