24 Ottobre
imprese & mercati

All’uva da tavola servono anche nuove varietà

Con una superficie coltivata di oltre 24.000 ettari e una produzione che in buone annate raggiunge anche le 600.000 tonnellate, l’uva da tavola è un settore fondamentale dell’agricoltura in Puglia, regione leader a livello nazionale. Luci ed ombre contraddistinguono però da qualche anno il mercato delle uve da tavola pugliesi, stretto dall’annoso problema dei costi di produzione e dalla competizione di altri Paesi produttori, a cui si è aggiunta negli ultimi tempi la contrazione dei consumi da parte di Paesi consumatori del centro e del nord Europa, tradizionali destinatari delle uve da tavola pugliesi. Oggi le varietà più tradizionali – l’Italia in primo luogo e, secondariamente la Regina e la Pizzutella, queste ultime più marginali – sono in affanno e hanno risentito maggiormente della ridotta domanda dei mercati esteri, con punte fino al 20-25% in meno, sicché dopo una discesa dei prezzi iniziata nel 2017, non registrano evidenti variazioni rispetto allo scorso anno, con circa 1,40 euro/kg alla partenza. Le cose sono andate un po’ meglio per le varietà colorate e seedless, le apirene o senza semi, come Crimson, Allison, Sweet Celebration, molto richieste, con prezzi alla partenza di 2 euro/kg e un aumento medio del 10% rispetto allo scorso anno. Si afferma anche la varietà tutta pugliese Fiammetta, ancora in quantitativi modesti rispetto alle potenzialità del mercato, molto apprezzata per la colorazione uniforme degli acini e dei grappoli, la buccia sottile e resistente, la polpa soda e dal gusto dolce. Il successo commerciale della Fiammetta e di altre sviluppate a livello locale ricorda a tutti che in Italia c’è ancora tanto da fare nel miglioramento genetico-varietale dell’uva da tavola. Il nostro Paese resta il principale produttore europeo con un’offerta incentrata su varietà storiche come Vittoria, Italia, Palieri e Red Globe, mentre presenta una scarsa disponibilità di nuove varietà e di uve seedless. Da qui la minaccia costante per le esportazioni italiane dai Paesi produttori emergenti, attualmente più in grado di guadagnare quote sui principali mercati.

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